mercoledì 15 aprile 2026

Recensioni: La casa del mago di Emanuele Trevi

LA CASA DEL MAGO di Emanuele Trevi

ANNO: 2023

EDIZIONE: Ponte alle Grazie

 

Una recensione ogni quattro anni è una cadenza inaccettabile. Soprattutto considerando quante letture si potrebbero fare – e si sono fatte – in questi quasi millecinquecento giorni. E non c’è motivo per prediligere la recensione dell’uno o dell’altro libro, pur considerando che, nella maggior parte dei casi, i libri di cui scrivo non sono mai quelli che mi sono piaciuti di più, leggendoli (tra tutti, nel mezzo c’è stato Javier Marías, punto di svolta nel continuum della passione letteraria). E anche questo libro non fa eccezione, collocandosi, più che in una zona tiepidina del termostato emozionale, nel limbo delle potenzialità non espresse – o non completamente espresse – dal suo ordito.

Si tratta, in sostanza, di un ibrido: come, su altri piani, potrebbe esserlo Gomorra di Saviano, senza appartenere al filone ‘tardomoderno’ o ‘neomoderno’ che, per Luperini (lo ricordiamo a un paio di giorni dalla sua morte), quel libro inaugurava, poiché la marginalità dello scrittore-ricercatore della verità che lì agiva, e che era la marginalità tutta dell’intellettuale nelle sue nuove condizioni storiche, qui, anche per questioni generazionali, è la marginalità dell’individuo che vuole tirar fuori dalla propria vicenda biografica – sicuramente, in una scala da zero a infinito, variabilmente trasfigurata – una delle tante verità esperenziali che niente hanno a che fare con l’epos, ergendosi a pretesto occasionale di generalizzazione esistenziale.

La dimensione ritratta in La casa del mago, infatti, è puramente intima o almeno lo è in prevalenza. Ma in essa si alternano la narrazione (di cosa, lo spiego sotto); la descrizione (del mago, soprattutto); la saggistica (riflessioni a margine su alcuni libri letti dall’autore o dal padre; osservazioni su opere letterarie e non, su autori noti e meno noti), in un equilibrio che sembra accuratamente studiato, ma che a tratti dà l’impressione di non essere solidissimo (non tanto nella costruzione del testo, che è calibrata e dagli ingranaggi fini, quanto nella necessità letteraria di alcuni passaggi e di alcuni inserti, gli uni euristici, gli altri parenetici). Leggendolo e ignorando tutto del suo autore – è il primo libro di Trevi che leggo – ho avuto un po’ l’impressione di vedermi catapultata mio malgrado in un ambiente alto-borghese di nomi e frequentazioni ‘importanti’ tale da stimolare prevalentemente, più che la riflessione o l’immedesimazione, un sentimento di pruriginosa curiosità. Una sensazione molto diversa, tanto per dire, dallo scenario modestamente riserbato di Lessico famigliare della Ginzburg. In La casa del mago troviamo un ambiente alto-borghese ancora novecentesco, che potrebbe avere il suo contraltare negli ambientini coatti descritti da Siti in Troppi paradisi e in parte riecheggiati qui dal gruppo dei latinos cui appartengono i personaggi di Paradisa e della Degenerata.

È un libro, tuttavia, importante. Importante nella misura in cui l’autore, che ha avuto l’onore di essere figlio di un personaggio straordinario – almeno come tale appare nel testo: un personaggio straordinario nella sua normalità – riesce a ripercorrere la biografia del padre, a farlo diventare personaggio nella difficoltà di non tradirlo come persona (nessuno, se non lui, potrà sapere se c’è riuscito) e ad attraversare questa fatica rinascendo a sé stesso.  Il tutto, interpretando i simboli del trascendente nei relitti, o nelle reliquie, del passato proprio e in quello del suo più prossimo ascendente.

 

Il titolo

Il titolo è così piaciuto all’autore o agli editori da diventare sostanzialmente il punto di partenza di qualsiasi sintesi di presentazione al libro e, in effetti, condensa bene due tra i perni principali intorno ai quali ruota il testo: l’oggetto appartenuto al defunto e ad esso sopravvivente, con tutta la sua carica materiale e simbolica e il soggetto, il defunto medesimo, racchiuso in una definizione che cerca di illuminarne l’essenza, interna ed esterna, materiale e simbolica anche questa. La casa come catalogo, innanzitutto. Dichiaratamente definita, con il corsivo del testo, il museo di mio padre, ovvero

una bizzarra congerie di oggetti di cui sono diventato il curatore e il custode, e di cui queste pagine sono una specie di catalogo ragionato.

Una congerie di oggetti che mi ha fatto pensare agli elenchi lunghissimi e pregnanti di alcune pagine de La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro o di Mañana en la batalla piensa en mí (‘Domani nella battaglia pensa a me’) di Javier Marías: ciò che lasciamo, e ci sopravvive, ci sovrasta, nella sua quantità smisurata e caotica, nei suoi significati noti davvero solo a chi se ne va e che chi resta può al massimo impegnarsi a ricostruire, sempre dalla sua ottica parziale e soggettiva, attraverso gli indizi interpretabili e casuali, nel tempo e nello spazio, che si ritrova tra i piedi, tra gli occhi, tra le mani. A differenza di quei caotici e quasi infiniti elenchi, la casa-studio del padre del narratore diventa l’oggetto iperonimo e supremo, dentro alla quale isolare e scegliere determinate cose – quegli indizi, cioè, che ci condurranno al mago – la cui carica simbolica diventa comprensione (o meglio, comprensibilità) e viaggio nella profondità dell’Altro che è dentro noi stessi (il padre dentro di noi, come corredo genetico e come impronta primigenia): la scrivania; il libro (quale? Non uno casuale, ma una sorta di Bibbia per gli addetti al mestiere, che apre lo spazio del simbolico alla riflessione saggistica da parte dell’autore); la coperta consunta (che è parentesi storica, oltre che biografica: non a caso la generazione del padre è quella della Ginzburg testé nominata); i mandala quotidiani (tra cui quello stilizzato in copertina).

La casa è, in secondo luogo, lo spazio che bisogna imparare a vivere, perché si è degli estranei tra le stanze note, almeno in un primo momento. Poi, la casa bisogna iniziare a leggerla, interpretarla, con l’aiuto degli indizi stessi, per, infine, gettarvisi (come direbbe Heidegger), in compagnia, da soli o con una Visitatrice. La narrazione è, anche, il percorso del narratore verso questa abitabilità, questa liberazione dell’esserci qui e ora, ma un qui e ora diverso dal precedente e pur a quello inestricabilmente legato. La lettura della casa, però, procede insieme a, ovvero si compenetra con, la lettura de I simboli della trasformazione, con quella si avviluppa e da quella non prescinde.

Perché il simbolismo è un simbolismo sistematizzato, dottrinale: è quello junghiano; quello, cioè, a cui il padre si rifà nello svolgimento del suo mestiere, che mero mestiere non è. Capiamo perché non abbiamo di fronte un ‘dottore’ o uno ‘psicoterapeuta’, bensì un mago, fin da subito: l’estraneità del mago al mondo è descritta nella sua attitudine verso il reale, spesso abbandonato per una trance meditativa solitaria, eppure con cui l’aggancio è profondo nella sua sintetica concisione intellettuale e spirituale, al momento di doverlo nominare. Il mago guarisce. Il mago mette in discussione il libro delle formule magiche, mette in discussione il maestro (le pagine su Bernhard si muovono tra la saggistica e un certo gusto del chiacchiericcio tipico dei romanzi più recenti per i personaggi noti: Ginzburg, Manganelli, ecc…). Il mago vede. E il viaggio del narratore-figlio verso i luoghi delle visioni, un po’ come i viaggi dei credenti nei luoghi dove si dice siano avvenute le apparizioni miracolose, evidenzia la soprannaturalità di un uomo normale, ma non troppo.

 

Struttura narrativa

Il libro è diviso in tre parti, se escludiamo quella finale dei Materiali, ovvero la bibliografia di riferimento per le parti più saggistiche (e non solo). Prima un Prologo, dall’eloquente titolo, che ci introduce al padre attraverso il racconto di un fatto apparentemente periferico, ma in realtà altamente simbolico, tanto per il padre, quanto per il figlio: un viaggio, in verità, e il senso della reiterazione di un evento (non)casuale, connesso a tale viaggio.

Poi altre due parti, di lunghezza simile (un centinaio di pagine ciascuno): il primo intitolato La Visitatrice e il secondo intitolato L’oro puro del sapere profundo.

Non volendo dare troppe anticipazioni, diciamo che la prima parte è quella del vero e proprio censimento ragionato: la scheda analitica degli oggetti va di pari passo con il racconto della loro storia nel passato e della loro appropriazione nel presente da parte dell’autore-narratore (oggetti come un sasso, come un libro, come la casa). È qui che vengono presentati i personaggi, principali e secondari a un tempo (in quanto unici), della storia ed è questa, probabilmente, la parte più riuscita del libro: le dinamiche con la Degenerata costituiscono un umanissimo contraltare alle riflessioni filosofiche e intime altrimenti presenti, mentre un sussulto da romanzo giallo viene introdotto tra le maglie del racconto (non posso dire di più!).

La seconda parte è, probabilmente, più lenta. Anche se il racconto si arricchisce – vorrei dire che si vivacizza, ma la placidità che emana la quotidianità della coppia avvolge tutto nel torpore – il racconto si arricchisce, dicevo, dell’immancabile storia d’“amore”, nel frattempo che il protagonista scava intorno alle radici: alle radici del saggio di Jung e della sua scintilla; alle radici biografiche del maestro del mago e della loro rottura; alle radici della visionarietà, della dimensione magica del padre e della sua storia partigiana; alle radici di una nascita, di un quadro astrale e di un destino, quello dell’autore-narratore.

In questa seconda parte troviamo uno dei dialoghi più belli di tutto il romanzo, perché riesce a mettere in scena in modo inequivocabile l’ormai totale indifferenza per i destini generali dell’uomo contemporaneo e l’enorme abisso che separa gli eredi di un’ideologia pacificatoria e contraddittoria (per chi questa ideologia incarna) dalle masse circonfuse nel superomismo soporifero e violento che garantisce il benessere (illusorio) individuale.

Come spesso accade nella loro pachidermica relazione, anche in questo caso il protagonista e la sua “amica” Paradisa (idest Gatta Morta) passano le sere di fronte alla tv, a fare zapping e a bere birra. A un certo punto spunta un filmato d’epoca in cui Mussolini – nome accompagnato nella descrizione da epiteti e aggettivi che non lasciano campo a dubbi sul pensiero dell’autore/personaggio/narratore – arringa la folla. Ma la donna, sudamericana – e cosa meglio del Sudamerica rappresenta la possibilità negata all’utopia socialista? – non cambia canale, anzi, guarda con più interesse:

[…] le piaceva Mussolini, era un verdadero hombre, uno che si faceva obbedire. […] Non era, per lei, una questione di orientamento politico. Anche Fidel Castro era stato una fortuna per los cubanos. E lo stesso si poteva dire di Putin […]. Se c’era un pendaglio da forca in attività, la Gatta Morta lo approvava. E la libertà? Cos’era questa libertad di cui gli italiani, e anche i peruviani, amavano tanto llenarse la boca? A cosa mai era servita? La libertad era starsene lì, come noi due in quel momento, a fumare erba guardando la tv, avere un po’ di soldi per uscire, andare al mare, spassarsela con gli amici. E c’è sempre bisogno di qualcuno che faccia andare le cose nel verso giusto, tanto meglio se in divisa e con un bel pistolone attaccato alla cintura, perché la gente è muy mala, aspetta solo il momento giusto per rapinarsi e sbranarsi a vicenda. La libertad, concluse Paradisa, poteva apparire preziosa a gente come me. E come ero io, a che tipo di gente appartenevo?

In altri romanzi contemporanei, ecco, non mancano spaccati narrativi stranianti ma realistici paragonabili a questo. Tuttavia, se in Troppi paradisi se ne ricava l’inferenza estrema – l’Occidente sono io – che ingloba una riflessione filosofica, antropologica, esistenziale e finanche storica, ben determinata, qui spiace che all’ultima domanda non c’è risposta. Ho letto più volte il passo perché una risposta me la sarei aspettata, una risposta qualunque, una risposta conseguente. Qualcuno potrebbe dire che l’assenza di risposta esplicita sia essa stessa una risposta oppure che il percorso dell’autore-narratore nel libro è la risposta. Ma non basta, non è sufficiente, ed è quello che mi fa dire, tra tante cose, che questo libro ha delle potenzialità non espresse. Le conseguenze fluviali che questo dialogo nasconde le deve tirar fuori, con una maieutica fin troppo soggettiva, tutte il lettore. 


Consigli

La casa del mago è una lettura sedimentata, non troppo rapida, riflessiva, nel complesso piacevole. Particolarmente indicata per chi ha una predilezione verso i temi del rapporto filiale, della memoria superstite e – sembra scontato, ahimé – per il mondo della psicanalisi. Ma soprattutto per chi non può restare indifferente a farsi affascinare dal mago, uno a cui

 

gli piaceva imparare, e fino a che le sue forze hanno retto, si è messo lì come uno studentello di buona volontà che prepara un esame, armato di matita e quaderno per gli appunti. In tutto quello che faceva c’era una nota di umiltà, una totale mancanza di ostentazione tipica delle persone mentalmente libere. Rousseau diceva: le uniche cose che conta sapere sono quelle che studieresti anche su un’isola deserta. Ecco lui era proprio così.

 

Solo per questo modo in cui il mago sembra essersi inserito nel transeunte, quindi, merita completamente di ammaliarci ancora.


lunedì 27 febbraio 2023

RECENSIONI: I miei giorni alla libreria Morisaki


I MIEI GIORNI ALLA LIBRERIA MORISAKI

TITOLO ORIGINALE: 森崎書店の日 Morisaki shoten no hibi

ANNO: 2010

EDIZIONE: Feltrinelli (I narratori) 2022 traduzione di Gala Maria Follaco

 

Dopo anni di silenzio torno a scrivere con la speranza che non si tratti, ancora una volta, di una rada oasi nel deserto dell’incapacità di mettere in fila due parole in ipotassi (e dello zoppo ragionamento collegato a tale assenza di capacità). Dall’ultima recensione sono passati più di quattro anni, durante i quali molte cose sono cambiate, depositandosi l’una sull’altra fino a trasformarmi gradualmente in una persona che, un lustro fa, dall’esterno avrei considerato la classica ‘inquadrata nel sistema’, con smorfia di disapprovazione annessa. Ma, alle soglie dei quaranta, conta solo essere coerenti con sé stessi e non cercare quella ribellione che, giustificata dall’instabilità dell’adolescenza, solo per un guasto deformato dei tempi si protrae ormai fino ai cinquant’anni.

Bando alle ciance personali, però.

Molte, moltissime sono state le letture che in questo lungo arco di tempo mi hanno accompagnata, ma poco il tempo per riflettervi, nullo il tempo per scriverci su. Ad alcuni capolavori come I fratelli Karamazov non oso neppure pensare di dedicare una sillaba. Ad altri – come L’educazione, di Tara Westover – forse, un giorno, tornerò. Quello che mi accingo a recensire oggi, invece, è diventato un oggetto di recensione per puro caso, anche se è inserito in una sfilza di letture rigorosamente contemporanee a cui mi sto dedicando negli ultimi due mesi, visto che il resto dei miei libri giacciono inscatolati da maggio (e chissà per quanto tempo ancora resteranno lì, ad aspettare che vi sia in casa una libreria in cui riporli).*

I miei giorni alla libreria Morisaki, innanzitutto, è un libro che non ho scelto, ma che mi hanno regalato. Mi ci sono accostata non aspettandomi niente di eccezionale, se non un prodotto editoriale la cui pubblicazione è stata collocata ad hoc a ridosso del periodo estivo, presentandosi quale classica lettura da spiaggia. La lettura ha confermato il pregiudizio, con l'unica differenza che io non l’ho letto in spiaggia – dove, del resto, trascorro una quantità infima di ore estive, in compagnia, peraltro, di un quasi quattrenne vivacissimo – ma a casa.

Tuttavia – e voglio anticiparlo subito, perché la mia analisi potrebbe far pensare al contrario – si tratta di una lettura che consiglio, perché, in qualche modo, è intonata alla stagione: va avanti abbastanza (non sempre e non troppo) leggera, scorrendo come acqua da un rubinetto aperto. E sappiamo, ormai fuori da ogni connotazione, quanto l’eccesso di siccità possa essere problematico al giorno d’oggi.

 

Struttura del libro

Lo snello libretto si divide in due parti: la prima, più scorrevole, è omonima del titolo del libro; l’altra, invece, è intitolata Il ritorno di Momoko. A narrare gli eventi è la stessa protagonista, Takako, che da un punto imprecisabile ed imprecisato del suo presente, senza alcun motivo preciso, inizia a raccontare di un periodo circoscritto della sua vita, al principio del quale si pone una svolta esistenziale, ma coatta, che la porta a lasciare l’amore (quello che lei credeva tale), il lavoro e la casa in un colpo solo, per trovare riparo – anche questo offerto, ma non richiesto direttamente da lei – nella libreria che lo zio ha ereditato dal nonno, di cui continua a portare avanti l’attività. Scopriamo così gradualmente quello che ci saremmo aspettati di trovare: che piano piano la stravaganza e l’affetto dello zio aiutano a uscire la venticinquenne Takako dalla depressione – descritta, con estrema asciuttezza e senza mai essere nominata col termine medico, come impossibilità, da parte della ragazza, di smettere di dormire; che tutto il quartiere e le sue facce a poco a poco note contribuiscono a questa rinascita; che un’iniziale indifferenza ai libri (quella, cioè, della protagonista) si trasforma in una piacevole dipendenza (e ciò dà all’autore la possibilità di sciorinare titoli e autori di opere nazionali qua e là lungo tutta la storia). Ovviamente, alla fine della prima parte ne sappiamo di più anche dello zio, sebbene il suo personaggio non nasconda, anche in questo caso, alcuna sfumatura particolare o inaspettata. E basti, a dimostrarlo, la relativa banalità della punta più alta di un discorso che intavola con la nipote:

 

[…] “Voglio che tu mi faccia una promessa”, e poi: “Non aver paura di innamorarti. Cerca di amare più che puoi. Anche se rischi di soffrire, ricordati che una vita priva di amore è molto più triste. Mi tormenta il pensiero che per quello che ti è capitato tu possa chiuderti in te stessa. Amare è meraviglioso. Non dimenticarlo mai. Chi ha amato se ne ricorderà per tutta la vita. E quel ricordo scalderà il suo cuore […]”.

 

E proprio sull’oggetto d’amore dello zio, la moglie che ritorna dopo anni di ‘abbandono del tetto coniugale’, si incentra invece la seconda parte del libro: anche in questo caso il graduale avvicinamento della zia a Takako-chan ci mostra un personaggio che è esattamente come ci aspettiamo che sia. Anzi – ciò che a mio avviso costituisce una trovata narrativa molto poco felice –, scopriamo che la causa della sua ‘temporanea deviazione’ è allineabile ai più usurati cliché narrativi (cioè di quelle sceneggiature televisive neppure troppo ricercate), giustificati anche dalla particolare cultura maschilista giapponese (per molti versi allineabile a quella italiana). Ci affezioniamo anche a lei, quindi, ma quel tanto che ci si può affezionare ad una bozza di personalità. Alla fine [SPOILER ALERT], manco a dirlo, Takako sarà diventata un po’ più matura e inaspettatamente (per lei, non per noi lettori) pronta a riamare.

 

Il titolo

La libreria Morisaki è una delle tante librerie che si condensano nel quartiere di Jimbocho, a Tokyo. È un posto non casuale, in una zona non casuale, con un aspetto e una struttura tali da costituire il ritiro più consono per la sperduta Takako. Uno spazio circoscritto di una città immensa, situato strategicamente (o chiaramente?) quasi agli antipodi del palazzo in cui si trova l’appartamento lasciato dalla protagonista all’inizio della storia. Un quartiere che, con i suoi riti e i suoi tempi, si mostra necessario e intrinseco allo sviluppo della storia.

 

Consigli

Se siete in cerca di un testo introspettivo e che funga da stimolo alla speculazione, beh, non è la lettura indicata. Se state leggendo qualche mattone particolarmente faticoso e avete bisogno di una lettura scorrevole, piacevole ma senza eccessi, snella e veloce, allora vale la pena che entriate anche voi, giusto per qualche giorno (tanto basta), a fare un giro alla libreria di Satoru Morisaki.

 

*Rispetto a quando ho scritto questa premessa sono passati ulteriori sei mesi, è nato un altro figlio e, finalmente, è stata montata LA libreria in casa.

 

Recensioni: La casa del mago di Emanuele Trevi

LA CASA DEL MAGO di Emanuele Trevi ANNO: 2023 EDIZIONE: Ponte alle Grazie   Una recensione ogni quattro anni è una cadenza inaccettabile...