LA CASA DEL MAGO di Emanuele Trevi
ANNO: 2023
EDIZIONE: Ponte alle Grazie
Si tratta, in sostanza, di un ibrido: come, su altri piani, potrebbe esserlo Gomorra di Saviano, senza appartenere al filone ‘tardomoderno’ o ‘neomoderno’ che, per Luperini (lo ricordiamo a un paio di giorni dalla sua morte), quel libro inaugurava, poiché la marginalità dello scrittore-ricercatore della verità che lì agiva, e che era la marginalità tutta dell’intellettuale nelle sue nuove condizioni storiche, qui, anche per questioni generazionali, è la marginalità dell’individuo che vuole tirar fuori dalla propria vicenda biografica – sicuramente, in una scala da zero a infinito, variabilmente trasfigurata – una delle tante verità esperenziali che niente hanno a che fare con l’epos, ergendosi a pretesto occasionale di generalizzazione esistenziale.
La dimensione ritratta in La casa del mago, infatti, è puramente intima o almeno lo è in prevalenza. Ma in essa si alternano la narrazione (di cosa, lo spiego sotto); la descrizione (del mago, soprattutto); la saggistica (riflessioni a margine su alcuni libri letti dall’autore o dal padre; osservazioni su opere letterarie e non, su autori noti e meno noti), in un equilibrio che sembra accuratamente studiato, ma che a tratti dà l’impressione di non essere solidissimo (non tanto nella costruzione del testo, che è calibrata e dagli ingranaggi fini, quanto nella necessità letteraria di alcuni passaggi e di alcuni inserti, gli uni euristici, gli altri parenetici). Leggendolo e ignorando tutto del suo autore – è il primo libro di Trevi che leggo – ho avuto un po’ l’impressione di vedermi catapultata mio malgrado in un ambiente alto-borghese di nomi e frequentazioni ‘importanti’ tale da stimolare prevalentemente, più che la riflessione o l’immedesimazione, un sentimento di pruriginosa curiosità. Una sensazione molto diversa, tanto per dire, dallo scenario modestamente riserbato di Lessico famigliare della Ginzburg. In La casa del mago troviamo un ambiente alto-borghese ancora novecentesco, che potrebbe avere il suo contraltare negli ambientini coatti descritti da Siti in Troppi paradisi e in parte riecheggiati qui dal gruppo dei latinos cui appartengono i personaggi di Paradisa e della Degenerata.
È un libro, tuttavia, importante. Importante nella misura in cui l’autore, che ha avuto l’onore di essere figlio di un personaggio straordinario – almeno come tale appare nel testo: un personaggio straordinario nella sua normalità – riesce a ripercorrere la biografia del padre, a farlo diventare personaggio nella difficoltà di non tradirlo come persona (nessuno, se non lui, potrà sapere se c’è riuscito) e ad attraversare questa fatica rinascendo a sé stesso. Il tutto, interpretando i simboli del trascendente nei relitti, o nelle reliquie, del passato proprio e in quello del suo più prossimo ascendente.
Il titolo
Il titolo è così piaciuto all’autore o agli editori da diventare sostanzialmente il punto di partenza di qualsiasi sintesi di presentazione al libro e, in effetti, condensa bene due tra i perni principali intorno ai quali ruota il testo: l’oggetto appartenuto al defunto e ad esso sopravvivente, con tutta la sua carica materiale e simbolica e il soggetto, il defunto medesimo, racchiuso in una definizione che cerca di illuminarne l’essenza, interna ed esterna, materiale e simbolica anche questa. La casa come catalogo, innanzitutto. Dichiaratamente definita, con il corsivo del testo, il museo di mio padre, ovvero
una bizzarra congerie di oggetti di cui sono diventato il curatore e il custode, e di cui queste pagine sono una specie di catalogo ragionato.
Una congerie di oggetti che mi ha fatto pensare agli elenchi lunghissimi e pregnanti di alcune pagine de La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro o di Mañana en la batalla piensa en mí (‘Domani nella battaglia pensa a me’) di Javier Marías: ciò che lasciamo, e ci sopravvive, ci sovrasta, nella sua quantità smisurata e caotica, nei suoi significati noti davvero solo a chi se ne va e che chi resta può al massimo impegnarsi a ricostruire, sempre dalla sua ottica parziale e soggettiva, attraverso gli indizi interpretabili e casuali, nel tempo e nello spazio, che si ritrova tra i piedi, tra gli occhi, tra le mani. A differenza di quei caotici e quasi infiniti elenchi, la casa-studio del padre del narratore diventa l’oggetto iperonimo e supremo, dentro alla quale isolare e scegliere determinate cose – quegli indizi, cioè, che ci condurranno al mago – la cui carica simbolica diventa comprensione (o meglio, comprensibilità) e viaggio nella profondità dell’Altro che è dentro noi stessi (il padre dentro di noi, come corredo genetico e come impronta primigenia): la scrivania; il libro (quale? Non uno casuale, ma una sorta di Bibbia per gli addetti al mestiere, che apre lo spazio del simbolico alla riflessione saggistica da parte dell’autore); la coperta consunta (che è parentesi storica, oltre che biografica: non a caso la generazione del padre è quella della Ginzburg testé nominata); i mandala quotidiani (tra cui quello stilizzato in copertina).
La casa è, in secondo luogo, lo spazio che bisogna imparare a vivere, perché si è degli estranei tra le stanze note, almeno in un primo momento. Poi, la casa bisogna iniziare a leggerla, interpretarla, con l’aiuto degli indizi stessi, per, infine, gettarvisi (come direbbe Heidegger), in compagnia, da soli o con una Visitatrice. La narrazione è, anche, il percorso del narratore verso questa abitabilità, questa liberazione dell’esserci qui e ora, ma un qui e ora diverso dal precedente e pur a quello inestricabilmente legato. La lettura della casa, però, procede insieme a, ovvero si compenetra con, la lettura de I simboli della trasformazione, con quella si avviluppa e da quella non prescinde.
Perché il simbolismo è un simbolismo sistematizzato, dottrinale: è quello junghiano; quello, cioè, a cui il padre si rifà nello svolgimento del suo mestiere, che mero mestiere non è. Capiamo perché non abbiamo di fronte un ‘dottore’ o uno ‘psicoterapeuta’, bensì un mago, fin da subito: l’estraneità del mago al mondo è descritta nella sua attitudine verso il reale, spesso abbandonato per una trance meditativa solitaria, eppure con cui l’aggancio è profondo nella sua sintetica concisione intellettuale e spirituale, al momento di doverlo nominare. Il mago guarisce. Il mago mette in discussione il libro delle formule magiche, mette in discussione il maestro (le pagine su Bernhard si muovono tra la saggistica e un certo gusto del chiacchiericcio tipico dei romanzi più recenti per i personaggi noti: Ginzburg, Manganelli, ecc…). Il mago vede. E il viaggio del narratore-figlio verso i luoghi delle visioni, un po’ come i viaggi dei credenti nei luoghi dove si dice siano avvenute le apparizioni miracolose, evidenzia la soprannaturalità di un uomo normale, ma non troppo.
Struttura narrativa
Il libro è diviso in tre parti, se escludiamo quella finale dei Materiali, ovvero la bibliografia di riferimento per le parti più saggistiche (e non solo). Prima un Prologo, dall’eloquente titolo, che ci introduce al padre attraverso il racconto di un fatto apparentemente periferico, ma in realtà altamente simbolico, tanto per il padre, quanto per il figlio: un viaggio, in verità, e il senso della reiterazione di un evento (non)casuale, connesso a tale viaggio.
Poi altre due parti, di lunghezza simile (un centinaio di pagine ciascuno): il primo intitolato La Visitatrice e il secondo intitolato L’oro puro del sapere profundo.
Non volendo dare troppe anticipazioni, diciamo che la prima parte è quella del vero e proprio censimento ragionato: la scheda analitica degli oggetti va di pari passo con il racconto della loro storia nel passato e della loro appropriazione nel presente da parte dell’autore-narratore (oggetti come un sasso, come un libro, come la casa). È qui che vengono presentati i personaggi, principali e secondari a un tempo (in quanto unici), della storia ed è questa, probabilmente, la parte più riuscita del libro: le dinamiche con la Degenerata costituiscono un umanissimo contraltare alle riflessioni filosofiche e intime altrimenti presenti, mentre un sussulto da romanzo giallo viene introdotto tra le maglie del racconto (non posso dire di più!).
La seconda parte è, probabilmente, più lenta. Anche se il racconto si arricchisce – vorrei dire che si vivacizza, ma la placidità che emana la quotidianità della coppia avvolge tutto nel torpore – il racconto si arricchisce, dicevo, dell’immancabile storia d’“amore”, nel frattempo che il protagonista scava intorno alle radici: alle radici del saggio di Jung e della sua scintilla; alle radici biografiche del maestro del mago e della loro rottura; alle radici della visionarietà, della dimensione magica del padre e della sua storia partigiana; alle radici di una nascita, di un quadro astrale e di un destino, quello dell’autore-narratore.
In questa seconda parte troviamo uno dei dialoghi più belli di tutto il romanzo, perché riesce a mettere in scena in modo inequivocabile l’ormai totale indifferenza per i destini generali dell’uomo contemporaneo e l’enorme abisso che separa gli eredi di un’ideologia pacificatoria e contraddittoria (per chi questa ideologia incarna) dalle masse circonfuse nel superomismo soporifero e violento che garantisce il benessere (illusorio) individuale.
Come spesso accade nella loro pachidermica relazione, anche in questo caso il protagonista e la sua “amica” Paradisa (idest Gatta Morta) passano le sere di fronte alla tv, a fare zapping e a bere birra. A un certo punto spunta un filmato d’epoca in cui Mussolini – nome accompagnato nella descrizione da epiteti e aggettivi che non lasciano campo a dubbi sul pensiero dell’autore/personaggio/narratore – arringa la folla. Ma la donna, sudamericana – e cosa meglio del Sudamerica rappresenta la possibilità negata all’utopia socialista? – non cambia canale, anzi, guarda con più interesse:
[…] le piaceva Mussolini, era un verdadero hombre, uno che si faceva obbedire. […] Non era, per lei, una questione di orientamento politico. Anche Fidel Castro era stato una fortuna per los cubanos. E lo stesso si poteva dire di Putin […]. Se c’era un pendaglio da forca in attività, la Gatta Morta lo approvava. E la libertà? Cos’era questa libertad di cui gli italiani, e anche i peruviani, amavano tanto llenarse la boca? A cosa mai era servita? La libertad era starsene lì, come noi due in quel momento, a fumare erba guardando la tv, avere un po’ di soldi per uscire, andare al mare, spassarsela con gli amici. E c’è sempre bisogno di qualcuno che faccia andare le cose nel verso giusto, tanto meglio se in divisa e con un bel pistolone attaccato alla cintura, perché la gente è muy mala, aspetta solo il momento giusto per rapinarsi e sbranarsi a vicenda. La libertad, concluse Paradisa, poteva apparire preziosa a gente come me. E come ero io, a che tipo di gente appartenevo?
In altri romanzi contemporanei, ecco, non mancano spaccati narrativi stranianti ma realistici paragonabili a questo. Tuttavia, se in Troppi paradisi se ne ricava l’inferenza estrema – l’Occidente sono io – che ingloba una riflessione filosofica, antropologica, esistenziale e finanche storica, ben determinata, qui spiace che all’ultima domanda non c’è risposta. Ho letto più volte il passo perché una risposta me la sarei aspettata, una risposta qualunque, una risposta conseguente. Qualcuno potrebbe dire che l’assenza di risposta esplicita sia essa stessa una risposta oppure che il percorso dell’autore-narratore nel libro è la risposta. Ma non basta, non è sufficiente, ed è quello che mi fa dire, tra tante cose, che questo libro ha delle potenzialità non espresse. Le conseguenze fluviali che questo dialogo nasconde le deve tirar fuori, con una maieutica fin troppo soggettiva, tutte il lettore.
Consigli
La casa del mago è una lettura sedimentata, non troppo rapida, riflessiva, nel complesso piacevole. Particolarmente indicata per chi ha una predilezione verso i temi del rapporto filiale, della memoria superstite e – sembra scontato, ahimé – per il mondo della psicanalisi. Ma soprattutto per chi non può restare indifferente a farsi affascinare dal mago, uno a cui
gli piaceva imparare, e fino a che le sue forze hanno retto, si è messo lì come uno studentello di buona volontà che prepara un esame, armato di matita e quaderno per gli appunti. In tutto quello che faceva c’era una nota di umiltà, una totale mancanza di ostentazione tipica delle persone mentalmente libere. Rousseau diceva: le uniche cose che conta sapere sono quelle che studieresti anche su un’isola deserta. Ecco lui era proprio così.
Solo per questo modo in cui il mago sembra essersi inserito nel transeunte, quindi, merita completamente di ammaliarci ancora.
