QUADERNI
GIAPPONESI. IL VAGABONDO DEL MANGA di Igort
ANNO: 2017
EDIZIONE: Oblomov
Edizioni
Antefatto
Ero in libreria perché faceva freddo e aspettavo una persona. C’era tutta la calca che si può immaginare a ridosso del Natale, con persone di diverse età e sesso impegnate ad ammassarsi intorno allo spazio un po’ angusto della sala principale. Aspettavo e mi guardavo in giro, perché mi basta, spesso, sentire l’odore dei libri. Ho deciso da un bel po’ di tempo di limitare i miei acquisti per non restare più sommersa di quanto già non sia: il libro lo prendo in mano se mi piace, lo colloco nella pila mentale di quelli che stanno lì in attesa di essere ancora aperti, finché realizzo che anche a lui sarà riservato lo stesso destino. Riesco a posarlo. Non sempre: quelli che superano l’ardua prova inizieranno ad aspettare i miei occhi, le mie mani, chissà quando. Mi sono avvicinata alla sezione di fumettistica che ormai, anche in ragione della prova selettiva che tende a penalizzare i tomi troppo impegnativi, attira da un po’ le mie preferenze. Mi sono ricordata di dover comprare l’ultimo volume di un giovane autore romano che la nostra generazione spiantata riconosce come proprio: li ho letti tutti, mi manca solo questo. A fianco, però, è altro che noto. Un drago avvolge il margine destro con le sue spire, finché la testa posa su un titolo che mi fa sussultare. Quaderni giapponesi. Apro una pagina a caso e si materializza sotto i miei occhi un disegno che copre due facciate, sono cedri al buio, un viale lastricato grigio che fugge verso un punto di fuga nascosto, laterale, mentre i tachidōrō in fila, al margine, uno in primo piano, diffondono la loro luce tenue. Sento all’improvviso la calda malinconia che non mi abbandona da mesi, dal mio primo viaggio in Giappone, e le sue vesti che sono di silenzio, di cicale, di foglie che stormiscono, di odori di cucina forti, ubiqui, m’avviluppano la mente. La sinestesia mi stona e non capisco, se non dopo aver letto il libro, che quello stesso sentiero l’ho attraversato solo qualche mese prima. Il libro non ha bisogno di passare per nessun esame d’ammissione.
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| L'immagine è presa da: https://www.fondazionedisardegna.it/news/fondazione/96/quaderni-giapponesi-il-vagabondo-del-manga |
Mi spingo a fare questa recensione ammettendo subito dei limiti. Il primo è che ignoravo tutto dell’autore, come capita occasionalmente quando compro un fumetto. Se poi mi piace, segue la scorpacciata del resto della produzione (rimedierò al più presto). L’altro è che solo ora, facendo la recensione, ho scoperto che Quaderni giapponesi. Il vagabondo del manga è il secondo volume di un viaggio già affrescato da Igort in Quaderni giapponesi. Un viaggio nell’impero dei segni (Concolino, Fandango, 2015: rimedierò ancora prima). Il terzo è che io non ho competenze artistiche di sorta per giudicare quanto di più tecnico possa offrire un fumetto: mi devo limitare alla mia sensibilità. Dai primi due limiti deriva invece l’impossibilità di fare comparazioni con il resto della produzione (s’intuisce una poetica, contestualizzabile) o con l’altro Quaderni giapponesi. Pazienza.
Struttura e contenuto del libro
È incorniciato dalla riproduzione della stessa
tavola, che occupa due facciate, dove si vede un oceano di foglie di fiori di
loto far emergere un ponte rosso in legno tipico e riconoscibile – anche qui il
punto di fuga è sommerso, più che nascosto, e laterale – su cui tre figure seminude
reggono i contenitori dell’inchiostro che servirà – e poi è servito – all’illustrazione
e alla scrittura, mentre il cielo non esiste, ma è anch’esso un oceano di aceri
bruni che colora di rosso il paesaggio (mi ricordo del mare di verde nel parco
di Ueno a Tōkyō, dell’impressione che mi hanno fatto tutte queste foglie
fittamente immobili nell’acqua che non si vede, ma solo si sa). Quelli
autunnali saranno i colori predominanti la prima parte del libro, meravigliosi
e malinconici – di quella malinconica nostalgia essenziale al mono no aware (物の哀れ)
– e ci portano subito sul piano intimo ed autobiografico della storia, quel
motivo da cui poi parte, archetipo degli archetipi, il viaggio per la terra più
nascosta e dentro di sé, compiuto da Igort:
Era autunno e il
concerto di colori della stagione in Giappone era al suo splendore. Tutto
andava per il verso giusto eppure ero irrequieto. Cosa mi agitava?
Vedevo Tokyo
mutare; di anno in anno, nella sua corsa inarrestabile.
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La sezione Il viaggio è anch’essa marcatamente
suddivisa dall’autore, anzi, è il suo cuore – nel significato giapponese di kokoro (心, hir. こころ), che è anche ‘mente’ ‘spirito’ ‘vitalità’
– ad essere messo graficamente e concettualmente in rilievo, ed è un cuore
letterario, poiché si ispira, nelle sue cinque sezioni (terra, acqua, fuoco, aria, vuoto) al Libro dei cinque anelli di Miyamoto Musashi. Cinque elementi e
cinque luoghi simbolici, attraverso cui trovare l’ancoraggio alla terra, la
purificazione dell’acqua, il fuoco della crudeltà umana, l’aria della catarsi,
il vuoto di una tradizione viva ma in esaurimento o della solitudine delle
contraddizioni. Una geografia che si allontana dai sentieri luminescenti della
Tokyo psichedelica che lascia sgomenti, per battere sentieri più intimi, forse
meno noti, ma anche questi toccati da un turismo tuttavia esistente, rivolto a di preferenza a chi, lo diciamo tra noi, è più educato
alla civiltà nipponica. È il caso della penisola di
Kii, che la fa da padrona in questa seconda sezione, con la via del Kumano Kodo e del Giappone meridionale o
degli onsen di Yunotsu (entrambi patrimoni Unesco). La letteratura, dagli haiku di Basho ai diari di Tamiki Hara,
abitante sopravvissuto alla bomba di Hiroshima, punteggia
questo racconto, dove sono ben spiegati alcuni concetti chiave della cultura
locale di derivazione buddista o confuciana, emergenti tra le pagine (l'autore ben conosce, per dichiarata frequenza, una cultura da cui assorbe e attraverso cui plasma la realtà sulla pagina).
Tra parentesi, quello dedicato alla città martire è uno dei momenti più alti del libro, così come completamente condivisibile è quella reticenza a non voler andare, a non voler vedere, finché non si è pronti
Tra parentesi, quello dedicato alla città martire è uno dei momenti più alti del libro, così come completamente condivisibile è quella reticenza a non voler andare, a non voler vedere, finché non si è pronti
“Se
ami il Giappone prima o poi devi fare i conti con Hiroshima e Nagasaki”, mi ha
detto un giorno Ryuichi.
E
io ho pensato che aveva ragione.
Ho
esitato per anni e infine è giunto il momento […]
D’impatto, in generale, le descrizioni più drammatiche. Il racconto autobiografico fonde
prospettiva esteriore ed interiore spettacolarizzando con discrezione solo la
prima, piccoli gesti e poche parole rendono onore agli incontri personali. Il
tempo lento delle generazioni, ma anche della separatezza, chiude il viaggio
prima del ritorno a Tokyo.
Il
ritorno nella capitale permette all’autore di affrescare, anche col riferimento
alla sua esperienza giovanile e prolungata nella città, alcuni fenomeni
tipicamente contemporanei del Giappone più ostentatamente postmodernista, ma
anche più perdutamente solitario (quella sofferenza del singolo insignificante
in una società fortemente basata sull’identità di gruppo e dove la collettività
viene prima dell’individuo). Dagli hikikomori,
eredi degli hotaku, alla morte per
lavoro, karoshi, (in qualche modo
residuo tangibile e parossistico del feudale bushidō, 武士道), fino agli estremi risvolti di amori
digitali che mi hanno fatto pensare che Her
o l’ultimo Blade Runner (anzi proprio Blade Runner, ancora visibile nel
marasma di luci di Shibuya, com’ho costatato), fossero già realtà. Altro che
Hatsune Miku (che già mi stupiva)!
Di Tokyo emerge la faccia più estrema e sconvolgente, le foto delle merci di Mandarake, quasi alla fine del libro, mi hanno infine ricordato che il momento più brutto, per me, di tutta la vacanza, è stato l’esser costretta a girare per i grandi magazzini ipertrofici di Akihabara, le cui scintillanti e chilometriche insegne colorate di manga nascondevano in realtà casermoni di cemento omaggianti a un vuoto consumismo fine a se stesso.
Di Tokyo emerge la faccia più estrema e sconvolgente, le foto delle merci di Mandarake, quasi alla fine del libro, mi hanno infine ricordato che il momento più brutto, per me, di tutta la vacanza, è stato l’esser costretta a girare per i grandi magazzini ipertrofici di Akihabara, le cui scintillanti e chilometriche insegne colorate di manga nascondevano in realtà casermoni di cemento omaggianti a un vuoto consumismo fine a se stesso.
L’Epilogo, dolce e amaro a un tempo, è una
dedica, un riconoscimento (e autoriconoscimento) artistico e umano da scoprire.
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Per quanto riguarda la
realizzazione vera e propria del libro, non ho competenze per fare analisi
circostanziate: so solo che ho amato l’alternanza di tavole grandi e
prevalentemente totali – il cui puncutm (mutuo
impropriamente da Barthes) si può dire un panismo in grado di trasmettere
emozioni a tutti e cinque i sensi (di vivere o anzi, rivivere completamente i luoghi) – alle parti più narrative, diaristiche, descrittive,
separate dalle prime ma a quelle intimamente connesse. Mi è bastato vedere una
foglia d’acero, raffigurata lì, sulla sommità di una pagina solo scritta, per
sentirmi lo stomaco sottosopra. La scelta di affidarsi al mezzo fotografico,
che non so se è già stata sperimentata altrove dall’autore, provoca un effetto
di verità ma anche di smarrimento, perché mal si distingue la loro differenza,
quanto a significazione, dai disegni. Si arriva poi alla sintesi dei due
strumenti, alla loro sovrapposizione. Di più non so dire, perché non conosco a fondo gli
strumenti di un illustratore. So solo che mi è sembrato di rivivere, di risentire, di
riassaporare, di riascoltare, di toccare di nuovo: perfino le pagine vuote
sapevano di qualcosa.
Tutto questo è però un’impressione
soggettiva, non necessaria.
Il titolo
Prima
di partire Madame Naito mi aveva chiesto che lavoro facessi. Credeva fossi una
persona importante.
“Non
sono nessuno”, le avevo detto, “sono solo un mangaka”
Lascio a questo punto la
citazione, per non svelarne il senso più profondo, che si nasconde anche,
implicitamente, nell’apposizione francesizzante utilizzata dalla
giapponesissima proprietaria dell’Onesn di Yunotsu. Un disegnatore è quello che
percorre il cammino verso di sé, ma anche verso i significati più estremi e minuti
della vita attraverso gli occhi, attraverso le mani, attraverso le orecchie. Un vagabondo, un personaggio errante che solo apparentemente non ha
meta, che anzi è il vagabondo, come
dice il titolo, simbolo di chi ricerca il senso, di chi percorre il sentiero –
il dō (道), conosciuto dai più col termine cinese di tao – che è la chiave ed è la vita. E la
bellezza di un posto, il percorso nella bellezza, l’immersione nella bellezza,
diventa dō, diventa senso:
Il viaggio nella natura era finito,
quanto tempo ci sarebbe voluto per assorbire tutta quella bellezza? Anni,
probabilmente.
La bellezza cura, penetra le fibre più
sottili del nostro essere profondo, lo modifica.
Consigli
Se amate il Giappone, leggete questo libro, anzi accoglietelo con tutti e cinque i sensi.
Se amate i fumetti, leggete questo libro, anzi accoglietelo con tutti e cinque i sensi.
Se amate la bellezza leggete questo libro, anzi accoglietelo con tutti e cinque i sensi.


