lunedì 28 gennaio 2013

ERLEBNIS: La prima ghigliottina dandy



Quando vivevo a Santiago de Compostela mi piaceva andare a visitare il CGAC, muovermi tra le istallazioni, fare capolino tra le incomprensibili parole dell'arte concettuale, fermarmi perplessa di fronte a due vasi di pietra grezza uniti da un arco di legno/bronzo, che finiva e cominciava in due pozzanghere di colore verde e arancio rispettivamente, contenute nei vasi stessi, perché non capivo che cazzo significassero (e non l'ho capito neppure quando l'opera mi si è ripresentata, a distanza di un anno, al museo di arte del novecento di Milano). Mi piaceva l'asettica stanza bianca col banco dell'accoglienza dove lasciavi l'ombrello e ritiravi l'economico biglietto, ed entrare per la piccola fessura scura in quel mare di bianco per iniziare a girovagare tra le stanze dell'edificio. Un giorno però, non ricordo quale, un oggetto largo ed importante si stagliava sul pavimento bianco e, circondato dal chiarore delle pareti su cui rimbalzava la luce proveniente da fuori che, seppure fievole, si accresceva nel trionfo del grigio perlaceo laterale, catalizzava l'attenzione dello sguardo e la direzione del movimento dei piedi verso la sua maestosità. Non si capiva cosa fosse. Quando, dopo averci girato attorno, ho visto che quel trapezio nero di lato non era ferro ma in realtà una lama, ho realizzato. Una ghigliottina si stendeva obliquamente nella sala, gettando sui visitatori una voluttuosa e allo stesso tempo sconcertante fascinazione, come una maya desnuda dai tentacolari ed archetipici mutismi. Ho pensato alla gente decapitata, all'arte e, inevitabilmente, alla bellezza incommensurabile dell'orrido.
(seppure oggi non condivida parte delle cose che allora ho scritto, lascio tutto immutato per devozione alla storia dell'evento).


La ghigliottina di cui sopra, l'unica cosa che allora ho fotografato
Ritorno del dandismo è una pseudo realtà alla cui possibile realizzazione non avevo pensato ed ora mi viene il dubbio che distinguere qualcosa che sia puramente necessario dal punto di vista culturale, circondati come siamo dalla multi dimensione umana, virtuale, cognitiva – quest’ultima però in senso negativo per lo più  è difficile. Ma andiamo avanti, partendo da alcune considerazioni che rendono inevitabile l’appiglio a quel poeta maledettamente scolpito sulle soglie marmoree della modernità che è Baudelaire e questa etichetta di dandy ormai inobliabile. Prima di lui il dandy non era semplicemente, dopo di lui miriadi di riflessioni critiche e di epigoni vari ed eventuali, nostalgici di uno smarrimento fanciullesco di fronte al sopravvento di un mutamento inevitabile. Il dandy che cerca l’estetico nel mondo superficiale di immagini senza spessore, di una folla che si inghiotte da sola, che consapevolmente sfrutta la folla per ergersi sopra di essa, per eclettismo, per una ragione di vita e di arte fuse in unisono indistricabile. La necessità, oggi, di leggere le riflessioni baudeleriane s’impone per quello che è il superamento in atto di una supina accettazione della morte dell’autore, dell’annacquamento delle sensazioni, della passività che si fregia d’ironia rispetto al dato di fatto flebile. Che può significare quindi, il ritorno al dandismo oggi? È difficile dirlo, poiché si potrebbe inciampare nell’ipotesi di trovarsi di fronte all’ennesimo pastiche postmodernista. Errore, o meglio, mezzo errore. Il passato non ci scivola addosso come pioggia leggera su un’impermeabile si ultima generazione, qualcosa dietro di sé lascia sempre e in questo senso si può giustificare la riproposta del brillo serigrafico di Warhol in mezzo a nostalgie oldemberghiane. Nostalgia è una parola non estranea al linguaggio postmodernista e ancora inciampiamo sullo stesso ostacolo onnipresente, camminando incautamente su questo suolo in cui troppa cera è stata abbondantemente passata per troppo tempo, ma ecco, ci rialziamo e ritorniamo al punto. Il dandismo, il dandy, il flaneur che gira per le strade straripanti modernità alla ricerca del bello nell’orrido. O alla consacrazione della propria persona in un manto di celebrità eclettica. Eppure, l’estetica del pittore moderno non può rivelarsi l’ennesimo pastiche ironico, se lo vediamo, come questo è il caso, consacrato ad una realtà che non si nasconde e che urge richiamare all’attenzione e consacrarsi in un’opera d’arte che può essere un’ironica installazione, come …. di Monet ridotto a una scatola di puzzle con un collage in bianco e nero di chissà che presentatore americano, mentre intorno bruciano ritratti tra l’espressionista e il neorealista che hanno scelto un soggetto. Quel soggetto è l’uomo contemporaneo, il trans (attenzione non la vittima né l’emarginato, tatuato, pieno di piercing, nudo o in calzamaglia rosso nera, con la sciarpa del Manchester e lo sguardo attonito e stralunato di chi si è fatto un acido o semplicemente ha visto la sua squadra perdere alla finale di champion). L’urgenza è di ritornare alla realtà e ce lo dimostrano le nuove correnti critiche e filosofiche, oseremmo dire letterarie se la letteratura non si trovasse ferita in mezzo alle sterpaglie in attesa si soccorsi sempre più lontani ad arrivare, coperta da foglie sporche che si mimetizzano con la sua faccia impiastricciata: non si può restare fermi di fronte al nichilismo, al decostruttivismo, all’impossibilità ontologica. Il mondo intorno a noi è il parossismo di questa accettazione annichilente, di questo miscuglio insensato e precipitoso di culture e lingue, laddove il problema non consiste nella ri-creazione di una nuova e terribile babele, ma nel fatto che la torre è costruita con mattoni di denaro, e non d’argilla.
G. Boldrini, Ritratto di Robert de Montesquiou, 1897
Pensare al dandy mi fa sorridere di alcuni personaggi che ho intravisto nella mia breve vita, di uno in particolare, rispetto al quale, prima di oggi, provavo risentimento. Forse proprio perché non capivo, ora prevale il sorriso. Un provincialotto siciliano va in toscana all’università coi suoi guanti di leprotto, i suoi impeccabili vestiti di lino in estate, di velluto in inverno, un giaccone alla dottor žvago e un linguaggio saccheggiato dai poemi eroici e epici dei secoli XVI e XVII, molto fuori moda e molto svuotati del proprio contenuto di verità. Quest’uomo, questo ragazzo che disprezzava con un tono da predicatore bigotto avvezzo al cilicio la propria terra d’origine, senza capirla, o cercare di farlo, quest’uomo che declamava versi del tasso e citava l’alfieri nei frangenti quotidiani, ignorando poi il significato di parole quali onanismo o minzione, quello – viva i poeti maledetti, la sifilide, l’aids – è l’emblema di una nevrosi postmodernista in atto. Ora si che posso ridere e piangere pensando a Baudelaire, ai suoi clawn ghigliottinati al cuore durante lo spettacolo per repentina decisione del pubblico simulacro, ai vecchi pagliacci messi di lato a morire lentamente nella farsa più grande di un mondo distratto, penso alla sensibilità di questo poeta raffinato e puttaniere che ha trovato le allegorie della contraddizione moderna intorno a lui. Ah, tu che ti atteggi a novello letterato e hai abbandonato i tuoi padri per consacrarti a un ritratto ritagliato da chissà quale rivista che tieni appiccicato sopra tuo anacronistico e fasullo orologio da taschino, proprio tu che resti sordo alla voce della tua terra e allo sviluppo dei fatti più piccoli attorno a te, ti dichiari letterato, intellettuale, ma quel che è peggio esteta e dandy! Non hai mai (intel)letto, non hai assorbito nulla della letteratura. Il dandy oggi scrive sui muri delle città con vernici tossiche, va a ubriacarsi coi suoi amici per la strada leggendo nella solitudine della sua stanza i pensieri di Gandhi e di Nietzsche (ah, la vecchia borghesia), frequenta l’università pur considerandola un peso, sa che l’onanismo lo pratica col suo cazzo in mano e che deve mingere quando la birra gli gonfia così tanto la vescica che persino deambulare dandianamente per la strada buia – ma ora dove sono le strade buie, diciamocelo, anche in questo caso, no, sotto i lampioni giallognoli è più realistico – si rivela un peso enorme per le gambe abituate a non muoversi, ecco mio caro schizzato nella testa, non sei intellettuale e non ami il pensiero. Con questo non ti biasimo, figlio dei tuoi tempi, moriresti come quel famoso clown a sentirti etichettare come io ti etichetto, ma sei figlio dei tuoi tempi, ignori la tua terra barocca riposandoti su ottocentesche note verdiane, o caro, non sei un novello debenedetti, no, tu sei lì, nella tua stramberia, a ricordarci quali parti deviati ha prodotto il postmoderno. E per questo ti ringrazio. Non si vuole etichettare negativamente questo movimento ampio che ci ha riguardato e che continua a riguardarci tutt’ora, in quanto ogni movimento nasce, cresce, si sviluppa e ci lascia qualcosa in eredità in correlazione cronotopica necessaria  al flusso storico in cui vive. Il dandismo oggi va a cercare il bello dello squallido e urla più che il fantoccio di munch ma con lo sguardo fisso al suo spettatore e la bocca ben disegnata su un mondo, dietro, cupo, però non misterioso come quello che si staglia dietro il sorriso enigmatico – anzi no, ma chi lo ha detto che è un sorriso enigmatico, se non degli stupidi speculatori, si tratta di un mezzo sardonico sorriso come ce ne possono essere miliardi nel mondo, o magari Leonardo voleva dipingerla seria e gli è scappato il pennello – della signora Lisa. Il dandy per le strade deve fondersi con il reporter e con il testimone, con chi non naufraga nelle acque putride che abbiamo ricevuto come lascito, che del lascito cerca di ripescare il buono del moderno. Senza dimenticarsi del postmoderno. Così quell’uomo, quel ragazzo, può anche non buttar via gli abiti del suo perenne e stonato travestimento. Chi si spaccia per letterato può permettersi errori di calcolo.
(Santiago de Compostela, 31 gennaio 2010)

giovedì 17 gennaio 2013

QUESTA NON È UNA RECENSIONE. "LETTERE" DI W. A. MOZART (ED. GUANDA)




LETTERE di Wolfgang Amadeus Mozart
TITOLO ORIGINALE: Briefe
ANNO: 2001 (1a ed); 2010 (nuova edizione)
EDIZIONE: Guanda
INTRODUZIONE: Enzo Siciliano, NOTA INTRODUTTIVA E CURA: Elisa Ranucci

Ci si sente colpevoli delle proprie passioni, quando si ha in mano un libro con delle lettere, resti di un epistolario selezionato nei secoli per noi lettori innanzitutto dal caso e solo secondariamente dall’equilibrio precario in cui cercano di uniformarsi i dettami dell’editore col gusto del curatore dell’antologia. Ci si sente colpevoli quando, a fronte di un portafogli perennemente vuoto – il costo non eccessivo di € 17,50 in quarta di copertina può essere castrante per l’economia di uno studente costretto a scegliere come spendere gli ultimi venti euro – si sale sullo scalino di legno della libreria del corso solo per sfogliare qualche pagina di un libro sul beniamino che ci accompagna nei momenti più inaspettatamente preziosi, nel bene o nel male, della nostra esistenza. Ci si sente colpevoli se – non ce ne vogliano gli allestitori di questo ottimo libriccino – gli impegni scartafaccieschi della vita hanno confinato la lettura a lunghe ore di treno (ma mai ore furono più proficuamente sottratte al paesaggio del regionale infinito) e ad estemporanee visite di cortesia all’amico rivestito di bianca porcellana. Ci si sente colpevoli, ecco, soprattutto se è la prima volta. E non perché l’abbiamo letto nei ritagli non tanto ritagliati o perché lo abbiamo spulciato per circa un anno dallo scaffale della libreria (in cui si trovava sempre seminascosto e non per dolo), ma perché ci siamo insinuati, lì dentro. Forse è un eccesso di sedimentato puritanesimo che si trova nel nostro inconscio. Amiamo l’autore per quello che ha saputo donare a un’umanità sempre in cerca di un trascendere che è innanzitutto fisico, anche se impalpabile e limitatamente eterno, lo ammiriamo per le emozioni che ci dona, suo malgrado e a distanza di tempo – una distanza che non aveva previsto la registrazione rumorosa e disturbata che del primo movimento della superdiffusaalivellodijngle Eine kleine Nachtmusik si sarebbe profusa nell’atmosfera da hard-discount della cabina dei voli Ryanair, nel complicato e reiterato momento in cui le valigie da riporre sulla cappelliera, nonostante i controlli nazisti, sono sempre il quintuplo dei posti adibiti alla loro sistemazione e alle hostess inizia a colare il trucco sulle guance a causa del sudore da sovraffollamento massico, mentre l’aria da sorriso di carta viene sostituita dal ghignesco irascibile di chi sta per esplodere – ammiriamo, si diceva, in definitiva e classicamente, il connubio tra genio naturale (questo sì dell’uomo) e la sua proficua applicazione (costata magari  litri di olio di gomito) nell’arte. Ci sono ragioni personali a volte, il gusto soggettivo da cui non si può prescindere che non nasce educato aprioristicamente. Ci colpisce, lui, quella volta, a volte per sempre, a volte no. A volte per sempre.
Viviamo in un’epoca in cui l’etica si sta automodificando al ritmo del profondo cambiamento cui la nostra vita ostentata sui riflettori spesso fasulli del web ci trascina, o forse più lentamente rispetto alla fortuna dell’attimo vuoto. Chiunque abbia un account facebook, twitter, google+ o qualunque di sti cazzi di social network che ce n’è a migliaia, si scopre la maggior parte del tempo a guardare se tizio porta ancora la fede al dito, se caio si è tagliato i capelli, se quel cornuto del suo paese d’origine che non vede da dieci anni è ancora cornuto e felice, e poi passa all’amante, che è amico dell’amico e quindi si può anche dare un’occhiata alle suo foto (il coglione ‘non ha la praivacy!’), e poi c’è la zia del cugino e quel tizio con gli occhiali che m’ha fatto fumare, anche se ci ho scambiato tre parole e per di più il volume della musica di merda era pure alto e a stento mi ricordo come si chiama lo aggiungo e questo che farà nella vita, ma dov’è, a scuola lo odiavo e poi… Poi sono passate due ore, due ore dal punto esatto in cui volevi staccare momentaneamente dalle questioni filologiche sopra le rime di uno sfigato medievale e ti sei ritrovato ad esser naufragato, sebbene ci sia da riconoscere una diffusissima e democraticissima ironia digitale sui tempi che corrono, in un mare dimerda virtuale. Però, alla fine, quel che si spulcia, quel che si vede, è perché si può. Non importa se dovevo lavorare e invece sono stato a guardare il culo di Sasha Grey sulla bacheca del grande masturbatore di turno: conta che io posso vedere la roba che il diretto interessato ha di sua spontanea volontà messò lì, scegliendo anche chi poteva e chi non poteva trastullarci la propria lussuria voyeurista.
Ma il povero Mozart s’immaginava che ‘per capire l’uomo’ ci dovevamo leggere le lettere in cui parlava delle sue voglie sessuali, che prendono legittimamente il sopravvento sui pudichi buoni propositi di qualsiasi marito lontano dalla moglie per ben tre settimane, oppure le sue continue richieste di denaro al Pucheberg (che possono risollevare l’animo dei poveri sfigati letterati come la sottoscritta)? Ecco, sarà un limite personale, un insulso ed ingiustificato senso di colpa a posteriori, ma non tutto quello che viene penetrato dall’occhio del lettore (in questo caso anche ascoltatore) dovrebbe essere sottoposto a questa violazione. Ma questo è un problema inevitabile di tutti gli epistolari. C’è da dire però che chi compra questo libro, e io personalmente andavo a toccarlo con la bava alla bocca ogni volta che entravo in libreria perché non avevo mai quegli insulsi diciassette euro, lo compra essenzialmente per sfamare quell’insaziabile fame di Mozart, e poi per altre e collaterali ragioni tutte gerarchicamente inferiori a diversi livelli. Riassumibili, queste ragioni, nella voglia di sapere tutto ciò che c’è da sapere sul musicista in questione, ma anche – e questo emerge con chiarezza – per toccare nel momento del suo costituirsi la carriera di un artista del Settecento, la sua parabola di musicista prima che di uomo, uomo  come tutti gli uomini a parte il genio e l’estro e, soprattutto, per sondare la relazione tra l’atto creativo e il momento in cui si fa storia, i retroscena di un divertimento, di una sonata, di un concerto.
Questa non è e non può essere una recensione. Per ragioni costitutive e ineliminabili quell’ironia che per i filosofi postromantici fondava la possibilità di fare critica nell’intima dialettica del superamento e dell’attualizzazione è qui impraticabile. Non c’è distanza tra chi scrive e l’oggetto, per un eccesso accecante e controproducente di affezione.

Il libro

Il libro è una selezione di lettere (nel 2001, all’epoca della prima edizione, l’intero epistolario mozartiano era disponibile nella sola edizione tedesca) del musicista, orientata a «metterne in evidenza la polimorficità» (Nota introduttiva, p.18), ma con una concentrazione soprattutto degli anni 1777-78 e 1781-83, dal momento che la linea di fondo che ne attraversa il maggior numero è la possibilità, cara alla critica freudofila che vede complessi edipici anche in un lapsus calami, di scandagliare il rapporto tra Leopold e Wolfgang Amadé (come amava chiamarsi dall’epoca dei suoi viaggi in Italia)
Nell’accattivante Introduzione Siciliano ci apre al mondo di Mozart con leggerezza, ma allo stesso tempo con grande coinvolgimento. Fondendo dati biografici e dati prelevati dalle lettere mette insieme una presentazione non superficiale per quello che s’incontrerà nelle pagine a seguire. Certo, la domanda di fondo, ovvero chi fosse veramente Mozart, è destinata a restare senza una risposta, soprattutto quando, per rispondere, ci si voglia affidare alle lettere, polimorfiche appunto, di un uomo del XVIII secolo, vivente in un’epoca dove ancora – e le lettere di Mozart non fanno eccezione – si continuava a costruire sopra le regole dell’ars dictandi un resoconto in cui la sincerità sentimentale aveva poco spazio (almeno se si eccettuano, per alcuni aspetti, le lettere alla cugina Tekla o alla moglie Costanze). E poi, si dica chiaramente senza sentirsi pirandelliani o incomodi per l’affermazione, acchiappare l’essenza di un uomo, di cui conta la musica, dalle sue lettere è impossibile, se non nella misura in cui queste diventino stimoli per la ricostruzione pur sempre, alla fine, fantasiosa, che ci possiamo fare di lui:

Certo: – tra la musica di Mozart e tutta intera la vita di lui c’è una voragine che non si colma, un divario. Nelle lettere questo divario è esplicito; tra esse, neppure quella più tessuta di giocoso lessico familiare può venire scambiata per un musikalischer Spaß. Mozart dice in musica cose che la sua mente e il suo cuore ignorano, ma ad essi tutt’altro che estranee.

A seguire è la Nota Introduttiva della curatrice Elisa Ranucci, in cui si giustificano le scelte orientandole soprattutto sulla questione padre-figlio che è fondamentale per comprendere ambiguità non detti e detti mascherati dietro le lettere del musicista, ma dove si sottolineano anche le radici etnoantropologiche, anzi familiari, del gioco di parole e col linguaggio, specialmente in senso scatologico. La tradizione della bassa Germania e una provenienza schiettamente borghese – oltre che, in misura minore, una propensione ludica tutta personale – stanno dietro ai frequenti scherzi con sorella, madre e cugina e non certo l’irriverenza di un piccolo porcello, come potrebbe pensare l’avventuriero spettatore del pur bellissimo film di Formaš (da cui certo non si pretenderà verità storica). Segue una doverosa biografia e, alla fine del libro e in ordine: le note alle singole lettere; un utilissimo Indice dei nomi e un ancor più utile Indice delle Opere di Mozart citate nelle lettere.
Nel mezzo, le lettere. Un trionfo di lingua – parti originali in italiano (lingua dell’amore non a caso scelta da Mozart per la sua dichiarazione a Aloisa Weber), francesismi (alcune delle lettere a Costanze, tra le ultime, sono in francese) e anglicismi, un tedesco bavarese le cui intraducibili risorse anfibologiche sono spesso spiegate in nota – e un trionfo di stile – dalle poesie ai giochi di parola, alle lettere serie al padre o, in ultimo a Puchberg – che non raramente si sposano e si scontrano in righe vicine. A partire dalle impressioni suscitate nel piccolo Wolfgang durante i primi viaggi, come ad esempio dal passaggio nella città partenopea, in cui l'occhio innocente nota il germe del compromesso ancora in atto tra stato e delinquenza:

[…] Napoli è bella, ma c’è tanto volgo, come a Vienna e a Parigi. E quanto a insolenza del volgo, non so se Napoli superi addirittura Londra, visto che qui il volgo, i laceroni, hanno il loro capo, che riceve ogni mese dal re 25 ducati d’argento solo per mantenere l’ordine tra questi laceroni. (Napoli, 19 maggio, 1770),

si seguono le orme di un rapporto sempre più conflittuale con Salisburgo e con il padre, e il sospetto del possibile senso di colpa che quest’ultimo poteva suscitare nel figlio con parole non rare nei loro scambi:

Abbiamo tentato tutto il possibile per fare più felice te e noi con te e per costruire una base solida alla tua vocazione; ma il destino non ha voluto che conseguissimo il nostro scopo. […] E sai anche che ho 700 fiorini di debiti e che con le mie entrate mensili non so proprio come farò a mantenere me, la mamma e tua sorella, visto che per tutta la mia vita non potrò sperare di ottenere dal principe neppure un centesimo di più. È dunque chiaro come il sole che la sorte dei tuoi vecchi genitori e della tua buona sorella che ti ama con tutto il cuore è unicamente nelle tue mani (Salisburgo, 5 Febbraio 1778).

La rottura con Colloredo e le dinamiche di clientelismo necessarie per farsi spazio nel grande mondo in cui la musica è arte e la possibilità di praticarla subordinata al potere, la felicità per la messa in scena di un’opera (comporne una era la massima gioia per Mozart), le continue delusioni per le aspettative non esaudite. L’amore, anche, e l’ingenuità del musicista, nonché i suoi problemi di soldi e di pigrizia (ci vogliono almeno tre sollecitazioni epistolari prima che riesca a mandare da Vienna dei nastri alla sorella Nannerl), le impressioni suscitate dai colleghi, le insofferenze, il desiderio di rivalsa. Soprattutto conta la possibilità di toccare con mano l’occasione e il perché di certi pezzi, di certe scelte. Su tutte, si vedano le ragioni prettamente neoclassiche che hanno portato alla composizione dell’aria Wer ein Liebchen hat gefunden per Osmino in K 384 Die Entfhürung aus dem Serrail:

Il passaggio “Dum beim Barte des Propheten”, ecc. è nello stesso tempo, ma con note più celeri, e poiché la sua collera cresce sempre più, l’allegro assai, tutto in un altro tempo e in un altro tono, quando si pensa che l’aria stia per finire, dovrebbe produrre il miglior effetto. Un uomo in preda a una collera tanto violenta oltrepassa ogni norma, ogni misura, ogni limite, non è più in sé e allora anche la musica non deve essere più in sé. Ma poiché le passioni, violente o no, non devono mai essere espresse fino al punto da suscitare disgusto e la musica, anche nella situazione più terribile, non deve mai offendere l'orecchio, ma piuttosto dilettarlo e restare pur sempre musica, non ho scelto un tono lontano a quello di fa, che è il tono dell'aria, ma uno più prossimo; non pero quello più vicino, re minore, ma quello più lontano, la minore. (Vienna, 26 settembre 1781, Al padre)

Aggiungere ulteriori citazioni potrebbe smorzare la curiosità della lettura diretta, che vale la pena affrontare. La solitudine dell’unico, infine, è quella di ognuno:

Non so spiegarti le mie sensazioni, è una specie di vuoto che mi fa proprio male, un desiderio che non viene mai appagato e quindi non si placa mai; è incessante e cresce di giorno in giorno […]. Nemmeno il mio lavoro mi dà gioia, perché ero abituato a interrompermi ogni tanto e scambiare qualche parola con te, e ora purtroppo è un piacere diventato impossibile. (Vienna, 7 luglio 1791, Alla moglie).

Recensioni: La casa del mago di Emanuele Trevi

LA CASA DEL MAGO di Emanuele Trevi ANNO: 2023 EDIZIONE: Ponte alle Grazie   Una recensione ogni quattro anni è una cadenza inaccettabile...