venerdì 18 ottobre 2013

Per tempora et locora. Sputi siciliani



Sul lettino grigio guardo, distesa, i grigi pannelli che ricoprono la sala, rigorosamente isolanti e puntinati, mentre aspetto che torni il fisioterapista cerco di farmi passare il tempo contandoli, sono 10 x 18 o 20 x 9 che fa centottanta, non mi ricordo quanti per lunghezza e quanti per larghezza, né sarei in grado di definire dove iniziasse l’una o l’altra, essendo digiuna di rudimenti d’architettura e forse sottovalutando la soggettività della prospettiva, anche quella spazio-ambientale, mi ricordo che forse la prova ex contrario è stata una tautologia, fuori il cielo è grigio e piove forte, sento la grandine sopra i pannelli sbattere forte e poi piano, un modularsi di violenze celesti che accolgo con gli occhi chiusi, e zitta, il rumore che mi circonda non è che la voce atavica da agricoltore toscano del fisioterapista più giovane, più bello e veramente più cetriolone, mentre aspetto e smetto di contare, il fisioterapista è tornato, inizio a non avere sensazioni se non il dolore per il rattrappimento, mentre fuori continua a piovere e allora un po’ ci penso, ma così, senza emozione, mi sento un apostolo come viene descritto negli Atti degli Apostoli, ma non in greco o in latino (dove comunque avrebbe dovuto esserci un repleti), bensì nella traduzione vulgata e diffusa, ripiena, di pioggia violenza grigio dolore e crampi. Una simbiosi interno-esterno di non poco conto. Il dolore che mi percuote, anche se sto immobile (cerco di starci, credo di starci) mentre mi tira le dita dei piedi m’impedisce di spiegare al fisioterapista A. che la sua battuta da manuale è forse, infine, una verità vera (un ebberu ca ebberu, un ebberu ca ebberu ca, un ebberu ca è bberità, trifario idioma sangiovann-cammaratese) e che per tutta l’estate in quel buco di culo siciliano ha piovuto continuamente, almeno una volta al giorno, mentre da tutti i lati, verso l’Etna là sotto o verso Palermo di fronte, da dietro si suppone, il cielo era azzurro e solare come nei migliori stereotipi di un’estate sicula.
Ordinaria giornata d'agosto 2013 in quel di San Giovanni Gemini
Anzi, no.
L’estate duemilaetredici passerà alla storia (personale, le altre non contano, non conta, in verità, neanche quella personale se non la racconti almeno alle persone che ti stanno più vicine e che un giorno, forse, se ne ricorderanno, sebbene, morendo anch’esse, dimostreranno l’insignificanza di quest’impressione convenzionale e convenzionante e infine personalmente personale) perché è stata una magnifica burlona, una mascherata continua, una presa per il culo senza posa. Non è stata, semplicemente, estate, ha voluto scherzare e anzi per un verso invidiare l’autunno, imitandone grigiume e sospiri tempolareschi dalla pioggia a capelli d’angelo, per altro prolungando fino a giugno-luglio, mesi cronicamente caratterizzati da solleone ombrellone mare afa calura desiderio di infilarsi in un congelatore per permettere una minima vita non vegetale al proprio corpo, gli spasimi giocherelloni della primavera danzante sulle note della frescura. Magari, quest’estate, non è stata proprio mattacchiona, ma forse si sentiva sola e non è riuscita a lasciare la presa, a mollare quella stretta che da un lato la legava alla profumata (in altri tempi, ora le allergie hanno reso la sinestesia una semplice figura retorica di cui, tra cento anni, con affanno si cercherà la ragione e, nell’ossessione di una ricerca sempre più specializzata, la si spiegherà magari col fatto che nel 2013, anno della scrittura in questione, era da poco uscito un nuovo profumo dello stilista oppure del cantante, ‘x’, dal nome appunto di Profumata primavera) primavera, alla profumata primavera, tirata per le ciocche bionde, strattonata fino al bagnasciuga gelato e sporcato dalle correnti, e dall’altro al caldo malinconico e accogliente autunno. Nella sua paura di non avere personalità, nell’ansia di volersi adeguare alla moda, e soprattutto di seguire le orme di quella che gli americani considererebbero la più cool e cioè la più popolare e quindi la più meritevole di vivere, ossia nel voler seguire le orme della fashion primavera, cantata da poeti e non poeti fin dai geroglifici (sono stati trovati, infatti, geroglifici inequivocabili sull’altopiano del maso del naso in cui la primavera è raffigurata e didascaleggiata col suo codice fiscale risalente ai tempi della lotta tra Zeus e Kthulu) e anzi fin dagli scimmieschi scambi di battute monosillabi dei nostri antenati, quest'estate si è comportata a seconda del capriccio, spogliandosi, se non per tratti brevi e adatti solo a rendere più evidente la burla (ecco che mi cade l’ipotesi tanto romantica della soledad) della sua appiccicosa rovente e gelatosa ragion d’essere, talvolta detta Raggi Ultra Violetti.
Un’estate così, distraendoti dal desiderio di cercare le solite distrazioni, soprattutto se ti trovi in un paesino di montagna lontano dal mare - nella migliore delle ipotesi ed indipendentemente dai cavalli dell’autovettura che ti ritrovi in mano almeno un’ora di strada statale in pessimo stato e a doppio senso di (insana) circolazione - non può che stimolare una sensazione che sta tra la Sehnsucht e la Heimweh, tra la nostalgia e la compassione di se stessi, tra la gioia di esserci e l’irrimediabile dolore del non esserci più, anche se nell’immaginazione, ma purtroppo realmente.

Sono gli oggetti su cui passa il tempo immobilizzandoli che fanno da lancette di un orologio troppo veloce.

domenica 13 ottobre 2013

Traduzioni: letture al margine

Gli incontri sono congiunture, congiunture che sfidano l'idea dell'impossibile, dell'impossibile campo di forza in cui la totale, siderale, stordente casualità decide d'agire nell'imperscrutabilità del divenire. Si diventa pazzi se ci si mette lì a pensare ai milioni di millenni, ai milioni di miliardi di anni luce, all'incommensurabile errare della polvere stellare che gira ignorante nelle nostre vene, insomma si diventa pazzi se ci si mette a pensare quante e quali indifferenti variabili entrano in campo nell'attimo preciso in cui un incontro, semplicemente, accade. Non c'è niente di eclatante in quest'osservazione, ovviamente. Diventa persino superfluo spender parole su quanto l'elemento incontro possa agire nell'immaginario di quell'insieme di tipi umani (sparuti e coraggiosi) particolarmente drogati di fantasia. Persino sui dipendenti occasionali gli effetti possono essere funesti.
Auguste Rodin, L'éternelle idole, 1889.
Gli antropologi, gli esteti, i critici, i filosofi persino possono continuare a occuparsi delle ragioni di questo fascino, peraltro neanche tanto arcano. L'incontro è l'inizio oppure il punto in cui l'inizio e la fine coincidono. In quest'ultimo caso soprattutto il momento potenziale, la potenza di una vita possibile, seppur temporaneamente breve, inonda il tipo umano malcapitato di turno con tutta la sua violenta possibilità. O, caso forse più diffuso e forse anche più gonfio di seduzione, con la potenza della sua impossibilità. Svitamenti o svilimenti.
Sulla preziosità del caso, dell'incontro, della bellezza triste della mancata attuazione e della sua ineliminabile carica di fascino si discorre fin dal vecchio e solito Charles Baudelaire, che ce l'ha messa tutta per dircelo poeticamente, una volta per tutte, nella maniera migliore possibile. Non c'è molto altro, poi, da aggiungere.

Tuttavia Eraclito aveva ragione e la storia di tutte le letterature non fa che dircelo, come poi ce lo direbbe una Storia delle storie, che il buon vecchio Russell si divertirebbe a contraddire.

Il testo del poeta uruguayo, più vecchio omonimo del nostro italiano, cerca di dircelo con poco. Tanto che l'atto della traduzione mutila la semplicità linguisticamente irraggiungibile della profonda, originale polisemia sibilante dello strusciare continuo (e divenente, per l'appunto) del passaggio.

Il testo è tratto da M. Benedetti, El amor, las mujeres y la vida, Poemas de amor, Selección de autor, Madrid, Punto de lectura, 2011. La traduzione è mia. 
La lettura del poeta si può ascoltare qui.


Lei che passa

Passo che passa
volto che passavi
che vuoi di più
ti guardo
dopo me lo scorderò
dopo e solo
solo e dopo
sicuro me lo scordo

Passo che passi
volto che passavi
che vuoi di più
ti voglio
ti voglio solo due
o tre minuti
per più volerti
non ho tempo.

Passo che passi
volto che passavi
che vuoi di più
ah, no
ah, non tentarmi
ché se ci tentiamo, noi,
noi non potremo scordarci.
addio.

*****

Ella que pasa

Paso que pasa
rostro que pasabas
qué más quieres
te miro
después me olvidaré
después y solo
solo y después
seguro que me olvido.

Paso que pasas
rostro que pasabas
qué más quieres
te quiero
te quiero sólo dos
o tres minutos
para quererte más
no tengo tiempo.

Paso que pasas
rostro que pasabas
qué más quieres
ay no
ay no me tientes
que si nos tentamos
no nos podremos olvidar
adiós.

(M. Benedetti)

sabato 31 agosto 2013

Per locora: Santiago de Compostela-Palermo


O CINCO: VITE - PRAZA GALIZA - A ROCHA

Fuori la città sotto la pioggia, meno forte della notte appena trascorsa.
Sull’autobus giallo una bambina bionda, coi suoi grandi occhi celesti lascia dietro di sé, sul grigio anonimo della passerella, una scia di dolcezza che dura un attimo, chissà chi la accompagna. Anziani salgono sul mezzo, è l’ora in cui i nonni ritirano i propri nipoti dalla scuola, in quelle piccole perle di felicità di una meritata monotonia da pensionati e per la gioia momentanea dei troppo affannati - nella migliore delle ipotesi per ragioni di lavoro ma più probabilmente di tapas - genitori. Davanti a me si siede impacciata una bambina abbastanza grossa per l’età che dovrebbe avere e, a fianco, suo nonno, la cui umile apparenza  lo rende ancora più piccolo di lei. Si guardano.
Fuori dal finestrino la movimentata città grigia quasi non esiste più. Chiudo gli occhi e quella bambina dai capelli a caschetto castani, le guanciotte rosse e una bocca troppo rossa immortalata in un’apertura di instupidità curiosità, un'espressione quasi archetipica per il suo susseguirsi su morbidi visi infantili, cambia identità e suo nonno non è più suo nonno - in realtà avrebbe potuto sul serio non esserlo, pero basta l'mmaginazione per stabilire che lo sia e per dare a questo fatto uno statuto di verità - è un uomo con lo stesso colore di pelle e un minuscolo neo nello stesso punto, i capelli brizzolati e la fronte ampia, quando chiedo impaziente Nonno posso andare senza mano, e il suo finto sorriso di preoccupazione si rivela per quello che è, una messinscena istantanea ideata per le titubanze della mia ingenuità bambina, solo per aumentare la felicità di un sì che sarebbe comunque arrivato. Cammina col sorriso dei giusti tra il caldo dei semafori palermitani, la camicia azzurrina sempre impeccabilmente stirata, quasi bianca sotto i raggi del sole, i capelli grigi come il fumo che esce dalle marmitte pronte a scattare anche col rosso, cammina col suo mezzo sorriso sardonico che a un tempo inspira gioia e tristezza, quel sorriso che io bevevo la mattina appena alzata tra i sorsi di caffellatte bollente, malizioso se doveva essere complice, tranquillo nei momenti critici, troppo accondiscendente con le furie consanguinee, stampato a fuoco negli ultimi momenti di respiro, fisso per sempre sulla faccia nera della morte.
La bambina sull'autobus, lenta e goffa nel suo cappotto bianco, parla al nonno dei suoi desideri, delle sue cose, in quella lingua dei padri galegos, mentre il vecchio fissa su di lei i suoi tranquilli occhi nocciola, grandi. Cerco un’appiglio fuori dal finestrino, sui marciapiedi dove gente rada va non molto di fretta, per sfuggire a quest’affastellamento di ricordi, alle sensazioni stringenti che si accumulano, sovrapponendosi confusamente mentre fuori continua a piovere, e mi ritrovo sul 5 giallo, altro non so. Piccoli occhi nocciola, vi siete chiusi su quella lettiga e nel mio cuore sopra un grigio marmo che odorava di morte. Quella lingua che col tempo è passata da un’italiano troppo scolastico a un più intimo siciliano mi ronza nel cervello, perché quelle ultime parole, poche e inconfondibili, avevano quel suono e quel senso.
Un gelato o un cioccolato, un fumetto. Un fumetto. Grazie a un semianalfabeta a quattro anni leggevo.
Il pesce rosso lo abbiamo pescato per fortuna tra le tante vasche della tenda del Giardino Inglese, luogo in cui il mio disprezzo schivo per gli altri iniziava a manifestarsi. Da grande ho scoperto che il tragitto era breve, anche se per i passi corti di una bambina si tingeva dei colori di quel sorrriso onnipresente. E la sua camicia azzurra, quando il cielo era grigio, si vedeva che era azzurra, e allora poteva capitare di andare a villa sperling e passare vicino a quei due palazzoni di dodici o diciotto piani, li contavo ogni volta e ogni volta sadicamente, poiché già il vuoto esercitava su di me una fascinazione pazza, facevo la stessa domanda, per asssicurarmi che il racconto non fosse stato una bugia quando lo avevo udito dalle sua voce la prima volta Nonno, ma è vero che un ragazzo giovane si è butttato dal decimo piano, e ogni volta la risposta era la breve e disgraziata storia di questa famiglia, chissà come mai un uomo di più di sessant’anni racconta queste cose a una bambina, forse però ora sto iniziando a capirlo e a capire quell’ironico sorriso sotto un lenzuolo bianco.
Ogni settimana l’arrivo di quel Topolino riempiva le papille gustative della mia golosità più dei cioccolati kinder, a dieci anni tutti i denti cariati, più latte e meno cacao, e quando al posto del vecchio topo è arrivato l’italiano Tiramolla, uno sfigatissimo stecchino di caucciù con le proprietà dell’inspettore Gadget, paragone che impossibilmente avrei potuto fare all’epoca, era il 1990, per la totale ignoranza del secondo termine di paragone, ero proprio arrabbiata. Nonostante tutto, c’erano settimane in cui Topolino si esauriva così rapidamente che Tiramolla tornava a sostituirlo. Il mio broncio si faceva sempre meno inarcato, benché non riuscissi a farmi piacere questo coso nero e stupido.
Ho avuto la febbre una volta e pensavo solo a Barbie Sirena Perla del Mare, poi ho ringraziato la febbre perché mi aveva permesso di averla senza nessuno sforzo. Ero a Palermo. Fuori si sentivano le sirene delle ambulanze che squarciavano l’aria della città mai addormentata. Dormo vicino alle braccia pelose del nonno, che sta in canottiera, poi le tocco fredde e rigide, non si muovono più. Saranno passati quindici anni più o meno.
Alla fermata di Plaza de Galizia c’è sempre più movimento. Cerco volti sconosciuti per distrarmi da quel piccolo nonno e da quella goffa bambina che ho davanti, vanamente. A volte le lacrime mi cascano giù da sole e capire se è dolore, se è rassegnazione, se è ammutolimento, se è felicità di essere quella che sono grazie a un uomo che si addormentava sul banco della portineria che profumava di Vetril di fronte al suo Cronaca vera dalle pagine spiegate, quell'uomo che tiravo, nel mio zelo fanciullo spaventato di enormi ritorsioni, per la manica,  non è facile, né é detto che la causa insondabile sia una delle suddette,  potrebbero essere tutte o nessuna o altre sensazioni che non capisco.
Potevamo andare a comprare quel pane caldo di cui non ho mai più sentito un simile odore di fragranza al sesamo, in nessuna parte del mondo, potevamo andare da russo a fare la spesa, comprare gli hamburger dal macellaio dietro via notarbartolo, passare davanti all’albero di falcone per scrutare i disegni di altri bambini come me (anche allora ero così accidiosa da non aver scritto nulla).
Sono rimaste delle candele finte a bruciare vicino a quel corpo rinchiuso in una bara, poggiato su uno pseudo raso azzzurro come quella camicia di quotidiano lavoro, con un vestito troppo largo, i capelli inaggiustabili perché non ci sono pettini, quindi, così come la sua dolcezza si aspetta, vedrà il signore suo dio con qualche pelo all’insù, sono rimaste delle candele finte a fingere di bruciare, che funzionano a batterie, una mattina di primavera, col cielo limpido e le rondini tranquille a roteare fuori dalla camera mortuaria e i suoi squallidi muri arancio, sopra degli alberi ancora senza foglie, solo qualche germolio qua e là.
Non esistono addii. Non esistono arrivederci. Nessuno andrà più a raccogliere i cardi, né cuocerà sgombri alla brace, a quaranta gradi nni dda zotta di ddassutta, sopra la vigna, tra i fichidindia.
Caldo, poi freddo, poi la gelida distesa della fine ha colorato tutto di viola e le dita che si erano strette forte alle mie solo qualche ora prima, tra i rantoli della consapevolezza, sono rimaste piegate e rigide.
Un sorriso sardonico, le labbra strette, tristemente inarcate in un ghigno di serenità. Ha saputo vivere e io ora so quel sorriso.
Passando Plaza de Galizia ci sono solo poche fermate tra me e una casa in cui sono ospite. Poche lacrime. L’eredità che ho già dentro di me farebbe sfiorire qualsiasi cosa materiale.

venerdì 10 maggio 2013

ERLEBNIS: FILOSOFIA E SCIENZA DI FRONTE A UNA CERVEZA



 A volte fa bene rileggersi. Me lo disse una mia amica che nulla ha a che fare col mondo della scrittura e della lettura se non nella sua veste di media lettrice che adora Fabio Volo e considera i lunghi romanzi alla Tolstoj "una roba illegibile e totalmente inutile" (cit.), ma che, avendo come collega del corpo armato del glorioso esercito italiano un laureato in lettere abbastanza in carta anche con le case editrici, si spingeva per affetto sincero a darmi consigli. In effetti, rileggendo queste impressioni santiaghesi, niente mi si fa più chiaro di quanto ascoltare l'alterità (e non gli alterati) possa essere costruttivo fino allo spasimo e di quanto la scienza possa offrirci, più o meno direttamente, più o meno consciamente, ragioni ermeneutiche e fantasia metafisica (è l'atto stesso dell'ipotesi a declamarla) come cardini di vita e pensiero. Adesso capisco cosa vuol dire la sfida all'impossibilità fisica degli informatici di superare la microparticella che permette la binarietà verso un nucleare sfruttabile solo in modo non predittivo ma probabilistico, la barriera fisica del componente minimo oltre il quale si staglia il quanto, e con lui un altro mondo, altre leggi e altre possibilità. Adesso capisco cosa vuol dire la conferma del bosone di Higgs. Meno capisco colui il quale considera superiore l'europeo che, armato di Bibbia gesuitica e proveniente da un Impero in cui le casse regie iniziano a relcmare argento, stermina gli indigeni di quello che poi sarebbe diventato paese di immigrati italiani e galeghi (sul paradossale esempio: e se degli alieni superiori - voluto è il generico aggettivo, come tale utilizzato in questi casi - venissero a distruggerci in nome della loro supposta - e da loro creduta - superiorità, sarebbe pertanto giusto?): ma qui è la scuola hispano (ibero?) americana che indottrina secondo i suoi desideri. Il fatto è storico, pedagogico, culturale.
In definitiva, oggi, sulla base di quelle due scoperte scientifiche appena accennate, la lettura di pensieri risalenti ad appena tre anni fa risulta obsoleta.

Odio il diarismo e odio il blog utilizzato come un diario spiattellante i propri cazzi al mondo che ci passa, per caso o meno. Tuttavia copio e incollo, e "bbafangulu" (cit.).

Una volta due occhi celesti su un viso bianchissimo, ancora più insolito perché di giovane quasi uomo, mi raccontava delle leggi della relatività generale e ristretta: avevamo già parlato delle stelle, un’altra volta, della teoria del romanzo del novecento di Debenedetti, dei quanti, delle probabilità nella fisica meccanicistica (lui poi mi ha detto di non ricordare, sarà colpa delle canne che gli hanno ucciso proprio i neuroni adibiti a quel ricordo). Se una buona dose d’attenzione stupita era in questi ultimi casi puro interesse per un mondo che fino a quel momento mi era stato precluso solo perché non me l’avevano saputo proporre con la grazia necessaria al mio cervello un po’ impigrito scientificamente, adesso la calma di quella voce e l’amore di quei gesti mi aprivano al meraviglioso mondo della fisica. Per quanto riguarda Einstein, lo ammetto, ho riutilizzato una tattica da corteggiamento che già a suo tempo aveva avuto successo: in quel caso era il teorema di non mi ricordo chi, penso di Euclide, ora era la relatività, in entrambi i casi lo scopo era stare appiccicata alla mia preda per farla capitolare ancor di più. Non so se il nostro inconscio agisce per compensazioni, e noi non ce ne rendiamo molto conto, però il fatto che qui io mi circondi di fisici, a parte la casualità che ha voluto che io mi legassi così strettamente a una fisica, può voler dire due cose, ovvero, o che sento troppo la mancanza di quegli occhi celesti e delle sue parole per me sempre interessanti o che la fisica è qualcosa che io in fondo amo veramente, benché non ne capisca un accidenti di leggi matematiche. Forse sono entrambe le cose assieme, ma in verità, avrò qualche problema costituzionale, amo l’arte, amo sopra tutto la letteratura, ma il mio stimolo costante in questo periodo della mia vita è la fisica, condita dal giusto rapporto di riflessione filosofica indotta. Fisica e filosofia, come le vedo bene insieme! Odio i filosofi che considerano la filosofia superiore alla scienza, che mettono l’accento sulla fisicità dell’uomo e dalla sua vita nel corpo e poi screditano la scienza e i suoi portati, anche tecnologici. Amo la voce della mia amica, la quale afferma, più volte, di non aver mai considerato la scienza superiore a nient’altro (accento extremeño ‘yo nunca ette lo he pensao’), benché allo stesso modo che se fossi stata veneta avrei potuto esser leghista, penso che la scienza qualche punto in più ce l’ha sul pensiero ruotante attorno ai suoi stessi problemi (qui aprire una parentesi chiarificatrice sarebbe doveroso, visto che alla fine il problema ultimo è solo e pur sempre l’uomo, ma lasciamo stare), mentre un cantato accento argentino ricorda che la prima materia che dovette sostenere al suo corso di fisica, in patria, era proprio un esame di filosofia. Meraviglioso. Il ritorno a Talete. Meraviglioso.
Prima che i miei occhi si vendichino della violenza a cui li sto sottoponendo ignorando la loro voglia di chiudersi e basta, solo voglio ricordare alcune cose, come promemoria: il ph nel test di gravidanza, l’esperimento fatto in casa del buco nel cartone e il raggio laser, lo spin dell’elettrone che può travalicare la binarietà 0-1, proprio quella che sta alla base dell’odierna tecnologia informatica, per sfruttare, in quello che è la magnetoresistenza gigante, un’eventuale stato intermedio di spin nell’avvicinamento degli stessi, e poi quell’esame per cui una donna aveva l’umana paura del liquido che le veniva iniettato nel corpo analizzato fisicamente (PET) e ancora la dipolarità del cuore, il fotone e il suo comportamento di onda ante-litteram, il muone e i suoi 2 microsecondi di vita che confermarono una volta di più la genialità einsteiniana, le particelle che tra poco non potranno più essere scisse oltre.
E un argentino che vede la conquista española dell’america latina come un fatto necessario dato che gli indios erano arretrati e il paragone  è inevitabile, ragionando per assurdo, tra noi e quelli, come se degli alieni venissero a colonizzarci tutti e spedirci i punti differenti dell’universo (arrivando fin qui sicuro che sarebbero più sviluppati ossi apiù ‘civilizzati’) schiavizzandoci, e noi pensassimo che sì, va bene, tanto visto che la loro civiltà è superiore alla nostra che tutto quello che abbiamo raggiunto sia cancellato pure nel giro di poche generazioni.
Glielo avrei detto, ma li per li non ci ho pensato, che anche Einstein e Planck andavano così a farsi benedire.
Ma in fondo, va bene.

Per il resto, anche Bergson può essere considerato einstaniano: il tempo lontano da quegli occhi celesti si dilata fino all’impossibilità della sopportazione.

[...] Qu’el corazón desusado,
de sufrir pen’o tormento,
si no sobra ’ntendimiento,
cualquier pequeño cuidado
le cautiv’el sufrimiento.

 Jorge de Montemayor, La Diana, libro II

(Santiago de Compostela, 2 maggio 2010)

domenica 24 marzo 2013

Erlebnis e Traduzioni postume. Gacela del niño muerto.




La distesa di acqua paludosa si tinge dei colori caldi del sole che va e che qualcuno oggi non ha visto. Violacee modulazioni su increspature assenti vestono la primavera di una falsa apparenza, di una necessaria rinascita, di una gioia impossibile. Dietro i vetri che sobbalzano rumorosi il paesaggio sembra uscito fuori da una tavolozza povera, in cui pochi colori si confondono in diversi modi, e insoliti, ogni volta. Stavolta pungenti.
È rosa e viola quello che non vedrai, che non avresti comunque visto, trema la palude senza increspature per il tremolio delle palpebre umide. Non importa quanto ti potessi conoscere, quanto le fermate del lungo treno mi ricordino che nessuno di quelli che salgono, scendono, vanno, tra secoli rivedrà il solito e nuovo cielo impiastricciato di macchie in commiato.
Inaspettatamente, l’acqua ci inghiotte, ci inghiotte l’aria, quando non c’è. Infine la terra, su cui poi scorreranno le rotaie e le elucubrazioni simpateticamente patetiche di chi non riesce a distinguere la pena dall’autocommiserazione. Della comune fine, dietro i vetri, sotto le città, verso il buio di una tavolozza vuota. Non esistono risposte, le mani saranno viola come le labbra.




Felix Vallotton, Coucher de soleil bronze-violet, 1911


L'onirismo di Garcia Lorca s'innesta su una visionarietà ubriaca che lotta tra la metafora incoercibile e la plasticità del correlativo oggettivo. Un'aria da mito e da tragica reiterazione avvolge i colori che si dipingono sotto i nostri occhi. Morti regolari, ma contrarie alle aspettative, come ogni giorno. Come tutte le sere, non solo a Granada.


Il testo spagnolo, che fa parte della raccolta Diván del Tamarit (1940, postumo) è tratto da Federico García Lorca, Poesie, a c. di N. von Prellwitz, Bur 2004 (7). La traduzione è mia.



Gacela V
Del niño muerto

Todas las tardes en Granada,
todas las tardes se muere un niño.
Todas las tardes el agua se sienta
a conversar con sus amigos.

Los muertos llevan alas de musgo.
El viento nublado y el viento limpio
son dos faisanes que vuelan por las torres
y el día es un muchacho herido.

No quedaba en el aire ni una brizna de alondra
cuando yo te encontré por las grutas del vino.
No quedaba en la tierra ni una miga de nube
cuando te ahogabas por el río.

Un gigante de agua cayó sobre los montes
y el valle fue rodando con perros y con lirios.
Tu cuerpo, con la sombra violeta de mis manos,
era, muerto en la orilla, un arcángel de frío.

****

Gacela V
Del bambino morto

Tutte le sere a Granada,
tutte le sere muore un bambino.
Tutte le sere l’acqua si siede
a conversare con gli amici.

I morti hanno ali di muschio.
Il vento offuscato e il vento limpido
sono due fagiani che volano sulle torri
e il giorno è un ragazzo ferito.

Non un filo d’allodola restava nell’aria
quando t’incontrai per le grotte del vino.
Non un briciolo di nuvola restava sulla terra
quando stavi affogando nel fiume.

Un gigante d’acqua franò sui monti
e a valle rotolò con cani e gigli.
Il tuo corpo, con l’ombra violacea delle mie mani,
morto sulla riva era un arcangelo di freddo.

Recensioni: La casa del mago di Emanuele Trevi

LA CASA DEL MAGO di Emanuele Trevi ANNO: 2023 EDIZIONE: Ponte alle Grazie   Una recensione ogni quattro anni è una cadenza inaccettabile...