Sul lettino grigio guardo, distesa, i grigi
pannelli che ricoprono la sala, rigorosamente isolanti e puntinati, mentre
aspetto che torni il fisioterapista cerco di farmi passare il tempo contandoli,
sono 10 x 18 o 20 x 9 che fa centottanta, non mi ricordo quanti per lunghezza e
quanti per larghezza, né sarei in grado di definire dove iniziasse l’una o
l’altra, essendo digiuna di rudimenti d’architettura e forse sottovalutando la
soggettività della prospettiva, anche quella spazio-ambientale, mi ricordo che
forse la prova ex contrario è stata
una tautologia, fuori il cielo è grigio e piove forte, sento la grandine sopra
i pannelli sbattere forte e poi piano, un modularsi di violenze celesti che
accolgo con gli occhi chiusi, e zitta, il rumore che mi circonda non è che la
voce atavica da agricoltore toscano del fisioterapista più giovane, più bello e
veramente più cetriolone, mentre aspetto e smetto di contare, il fisioterapista
è tornato, inizio a non avere sensazioni se non il dolore per il
rattrappimento, mentre fuori continua a piovere e allora un po’ ci penso, ma
così, senza emozione, mi sento un apostolo come viene descritto negli Atti degli Apostoli, ma non in greco o
in latino (dove comunque avrebbe dovuto esserci un repleti), bensì nella traduzione vulgata e diffusa, ripiena, di pioggia violenza grigio dolore e
crampi. Una simbiosi interno-esterno di non poco conto. Il dolore che mi
percuote, anche se sto immobile (cerco di starci, credo di starci) mentre mi
tira le dita dei piedi m’impedisce di spiegare al fisioterapista A. che la sua
battuta da manuale è forse, infine, una verità vera (un ebberu ca ebberu, un ebberu
ca ebberu ca, un ebberu ca è bberità,
trifario idioma sangiovann-cammaratese) e che per tutta l’estate in quel buco
di culo siciliano ha piovuto continuamente, almeno una volta al giorno, mentre
da tutti i lati, verso l’Etna là sotto o verso Palermo di fronte, da dietro si
suppone, il cielo era azzurro e solare come nei migliori stereotipi di
un’estate sicula.
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| Ordinaria giornata d'agosto 2013 in quel di San Giovanni Gemini |
Anzi, no.
L’estate duemilaetredici passerà alla storia (personale, le altre non contano, non conta, in verità, neanche quella personale se non la racconti almeno alle persone che ti stanno più vicine e che un giorno, forse, se ne ricorderanno, sebbene, morendo anch’esse, dimostreranno l’insignificanza di quest’impressione convenzionale e convenzionante e infine personalmente personale) perché è stata una magnifica burlona, una mascherata continua, una presa per il culo senza posa. Non è stata, semplicemente, estate, ha voluto scherzare e anzi per un verso invidiare l’autunno, imitandone grigiume e sospiri tempolareschi dalla pioggia a capelli d’angelo, per altro prolungando fino a giugno-luglio, mesi cronicamente caratterizzati da solleone ombrellone mare afa calura desiderio di infilarsi in un congelatore per permettere una minima vita non vegetale al proprio corpo, gli spasimi giocherelloni della primavera danzante sulle note della frescura. Magari, quest’estate, non è stata proprio mattacchiona, ma forse si sentiva sola e non è riuscita a lasciare la presa, a mollare quella stretta che da un lato la legava alla profumata (in altri tempi, ora le allergie hanno reso la sinestesia una semplice figura retorica di cui, tra cento anni, con affanno si cercherà la ragione e, nell’ossessione di una ricerca sempre più specializzata, la si spiegherà magari col fatto che nel 2013, anno della scrittura in questione, era da poco uscito un nuovo profumo dello stilista oppure del cantante, ‘x’, dal nome appunto di Profumata primavera) primavera, alla profumata primavera, tirata per le ciocche bionde, strattonata fino al bagnasciuga gelato e sporcato dalle correnti, e dall’altro al caldo malinconico e accogliente autunno. Nella sua paura di non avere personalità, nell’ansia di volersi adeguare alla moda, e soprattutto di seguire le orme di quella che gli americani considererebbero la più cool e cioè la più popolare e quindi la più meritevole di vivere, ossia nel voler seguire le orme della fashion primavera, cantata da poeti e non poeti fin dai geroglifici (sono stati trovati, infatti, geroglifici inequivocabili sull’altopiano del maso del naso in cui la primavera è raffigurata e didascaleggiata col suo codice fiscale risalente ai tempi della lotta tra Zeus e Kthulu) e anzi fin dagli scimmieschi scambi di battute monosillabi dei nostri antenati, quest'estate si è comportata a seconda del capriccio, spogliandosi, se non per tratti brevi e adatti solo a rendere più evidente la burla (ecco che mi cade l’ipotesi tanto romantica della soledad) della sua appiccicosa rovente e gelatosa ragion d’essere, talvolta detta Raggi Ultra Violetti.
L’estate duemilaetredici passerà alla storia (personale, le altre non contano, non conta, in verità, neanche quella personale se non la racconti almeno alle persone che ti stanno più vicine e che un giorno, forse, se ne ricorderanno, sebbene, morendo anch’esse, dimostreranno l’insignificanza di quest’impressione convenzionale e convenzionante e infine personalmente personale) perché è stata una magnifica burlona, una mascherata continua, una presa per il culo senza posa. Non è stata, semplicemente, estate, ha voluto scherzare e anzi per un verso invidiare l’autunno, imitandone grigiume e sospiri tempolareschi dalla pioggia a capelli d’angelo, per altro prolungando fino a giugno-luglio, mesi cronicamente caratterizzati da solleone ombrellone mare afa calura desiderio di infilarsi in un congelatore per permettere una minima vita non vegetale al proprio corpo, gli spasimi giocherelloni della primavera danzante sulle note della frescura. Magari, quest’estate, non è stata proprio mattacchiona, ma forse si sentiva sola e non è riuscita a lasciare la presa, a mollare quella stretta che da un lato la legava alla profumata (in altri tempi, ora le allergie hanno reso la sinestesia una semplice figura retorica di cui, tra cento anni, con affanno si cercherà la ragione e, nell’ossessione di una ricerca sempre più specializzata, la si spiegherà magari col fatto che nel 2013, anno della scrittura in questione, era da poco uscito un nuovo profumo dello stilista oppure del cantante, ‘x’, dal nome appunto di Profumata primavera) primavera, alla profumata primavera, tirata per le ciocche bionde, strattonata fino al bagnasciuga gelato e sporcato dalle correnti, e dall’altro al caldo malinconico e accogliente autunno. Nella sua paura di non avere personalità, nell’ansia di volersi adeguare alla moda, e soprattutto di seguire le orme di quella che gli americani considererebbero la più cool e cioè la più popolare e quindi la più meritevole di vivere, ossia nel voler seguire le orme della fashion primavera, cantata da poeti e non poeti fin dai geroglifici (sono stati trovati, infatti, geroglifici inequivocabili sull’altopiano del maso del naso in cui la primavera è raffigurata e didascaleggiata col suo codice fiscale risalente ai tempi della lotta tra Zeus e Kthulu) e anzi fin dagli scimmieschi scambi di battute monosillabi dei nostri antenati, quest'estate si è comportata a seconda del capriccio, spogliandosi, se non per tratti brevi e adatti solo a rendere più evidente la burla (ecco che mi cade l’ipotesi tanto romantica della soledad) della sua appiccicosa rovente e gelatosa ragion d’essere, talvolta detta Raggi Ultra Violetti.
Un’estate così, distraendoti dal desiderio di
cercare le solite distrazioni, soprattutto se ti trovi in un paesino di
montagna lontano dal mare - nella migliore delle ipotesi ed indipendentemente
dai cavalli dell’autovettura che ti ritrovi in mano almeno un’ora di strada
statale in pessimo stato e a doppio senso di (insana) circolazione - non può che
stimolare una sensazione che sta tra la Sehnsucht
e la Heimweh, tra la nostalgia e
la compassione di se stessi, tra la gioia di esserci e l’irrimediabile dolore
del non esserci più, anche se nell’immaginazione, ma purtroppo realmente.
Sono gli oggetti su cui passa il tempo
immobilizzandoli che fanno da lancette di un orologio troppo veloce.

