La vita dell'emigrante costretto è così piena di salti temporali che l'esistenza viene fuori a macchie, come una Pimpa un po' malformata che zampetta sui piedi, alternativamente, come alternativa è l'irriducibilità della vita lasciata e della vita scelta, del mondo ancora acerbo e povero e familiare, sotto il sole caldo che inizia a sapere d'Africa, e del mondo delle luci che ci avvolgono nelle firme griffate e nell'arte di un'Europa che sempre ci tagliò fuori. E non attingiamo né a questo, né a quello, ormai, rassegnati a non appartenere a niente, a nessuno, neanche a noi stessi.
Se poi viene la cara sorella Morte a farci visite - questa volte attese - plurime, abbiamo ancora più tempo per piangere su noi stessi e sul lascito che non ci è dato.
Il mixer dei vari summenzionati ingredienti sputa perciò fuori libri gialli di cui non ricordavamo l'esistenza, apre a caso la pagina, ma noi cerchiamo quello che più ci aggrada e più ci si confà e infine ci riposiamo su di esso, alieni a qualsiasi speculazione critico-ermeneutica che lo avvolge, in quanto una delle più note opere di uno dei più noti poeti del centro America del XIX secolo.
Se poi viene la cara sorella Morte a farci visite - questa volte attese - plurime, abbiamo ancora più tempo per piangere su noi stessi e sul lascito che non ci è dato.
Il mixer dei vari summenzionati ingredienti sputa perciò fuori libri gialli di cui non ricordavamo l'esistenza, apre a caso la pagina, ma noi cerchiamo quello che più ci aggrada e più ci si confà e infine ci riposiamo su di esso, alieni a qualsiasi speculazione critico-ermeneutica che lo avvolge, in quanto una delle più note opere di uno dei più noti poeti del centro America del XIX secolo.
Secolo lontano, mondo lontano, nelle parole in cui risuona, almeno questa inestirpabile, la campana a morto del buon Quevedo, e del suo soy un fue, y un será, y un es cansado.
La
poesia è tratta dall'antologia di Rubén Darío, Azul… Cantos de vida
y esperanza, a c. di Álvaro Salvador, Collección Centenario, Madrid, Espasa,
1998. La traduzione è mia. La poesia fa parte della seconda opera, pubblicata nel 1905.
Fatale
A René Pérez
Fortunato
l’albero che è sensibile appena,
e
più la dura pietra perché lei non sente,
ché
della pena d’essere non c’è più grande pena,
né
maggior oppressione della vita cosciente.
Essere
e nulla sapere, essere senza una rotta certa
e
il timore di esser stato, e un futuro terrore…
e
il sicuro spavento che domani è morte certa,
e
soffrire per la vita e per l’ombra e in addizione
per
ciò che non sappiamo e appena sospettiamo
e
la carne che tenta coi suoi grappoli in mano
e
la tomba che aspetta col suo funebre ramo,
e
non sapere dove andiamo
né
da dove proveniamo!
![]() |
| Paul Gaugain, D'où venons-nous ? Que sommes-nous ? Où allons-nous ? 1897-1898 |
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Lo fatal
A René Pérez
y más la piedra dura porque esa ya no siente,
pues no hay dolor más grande que el dolor de ser vivo,
ni mayor pesadumbre que la vida consciente.
Ser y no saber nada, y ser sin rumbo cierto,
y el temor de haber sido y un futuro terror...
Y el espanto seguro de estar mañana muerto,
y sufrir por la vida y por la sombra y por
lo que no conocemos y apenas sospechamos,
y la carne que tienta con sus frescos racimos,
y la tumba que aguarda con sus fúnebres ramos,
¡y no saber adónde vamos,
ni de dónde venimos!...
