GLI AFFARI DEL
SIGNOR GIULIO CESARE di Bertolt Brecht
TITOLO ORIGINALE: Die
Geschäfte des Herr Julius Caesar
ANNO: 1957
EDIZIONE: Einaudi, 20053 traduzione di Lorenzo Bassi
Cosa mi spinge dopo più di due
anni di silenzio e due anni mezzo dopo l’ultima recensione a riprendere in mano
il blog? Potrei dare tante spiegazioni, tutte più che soddisfacenti. Non hanno
a che fare né con un’ipotizzabile assenza di letture – sono state molte, la
maggior parte delle quali coatte e per niente letterarie, in verità – né con la
pigrizia della sottoscritta, che pur è notoria. Sul serio, visto che non mi
piace raccontare i fatti miei in un blog, vi risparmio tutto quello che è
successo nel mezzo, che da solo direbbe molto. Lo so, con questo perdo molti
lettori, almeno tutti quelli interessati all’aneddotica individualista che
imperversa ormai ovunque nell’internètte. Di fatto, non mi importa.
Il motivo
per cui posso pubblicare questa recensione è che sono stata costretta a
scriverla. In diversa forma e per diversi destinatari, certo, eppure mi sono
dovuta sedere, di notte e dedicare qualche ora a metterla su un file. Perciò
ecco un primo avviso: se qualcuno capita qui, in questo luogo, perché ha
bisogno di spunti o addirittura di un copia-incolla per un lavoro obbligatorio
che un esame di Storia Romana impone, in una certa Università toscana, a chi
deve sostenerlo, sappia da subito due cose: la prima, è che l’ho già usato io
per l’esame e quindi vi attaccate al cazzo. La seconda, che non do assolutamente
il permesso di copia e incollarlo (l'ho già copia incollato io, dal file al blog). Non ho nessuno strumento di controllo, ma mi
sembrerebbe per lo meno maleducato incorrere in un plagio flagrante di tal
fatta. Se non fosse stato per questo esame, per questi crediti extra carriera
(extra molte carriere) necessari per essere precari pure nelle classi di
concorso delle superiori, penso che non avrei mai preso in mano questo libro.
Un libro di argomento storico – l’ultimo che ho letto in questo senso, Le Benevole di Jonhatan Little, non può
certo considerarsi un puro romanzo storico – di un autore celeberrimo a cui non
mi sono mai avvicinata.
Sarà che mi è stato imposto
come I promessi sposi al ginnasio o
la Divina Commedia nel triennio, ma
sulle prime mi ha annoiato a morte. Poi, per inerzia o per curiosità o per necessità, l’attitudine
è un po’ cambiata.
«Questo Raro si occupava del lato economico
delle imprese, e lei sa che è un lato che interessa poco ai nostri storici»
Quando
Mumlio Spicro, ex funzionario giudiziario ormai arricchito definisce
laconicamente e con apparente ironia il contenuto dei diari del segretario di
Cesare al giovane avvocato che è venuto a richiederli per acquisire
informazioni (si suppone ulteriori) sull’oggetto di un’opera encomiastica che
ha in lavorazione, non si sta limitando a porre i primi interrogativi ad un
interlocutore tutto sommato ingenuo. È l’autore, dietro le parole del
personaggio, a spiegare al lettore ciò che dovrà aspettarsi dalle pagine che
seguono e che, purtroppo, Brecht non ha potuto terminare. Il merito di questa
narrazione è inoltrarci in un mondo di cui, generalmente, nei libri di scuola –
almeno ad esclusione di quelli universitari, che presuppongono per loro natura
una prospettiva più profonda e articolata alla storia – si conosce solo la
parte più superficiale: un susseguirsi di guerre, di poteri, di nomi, di
riforme e leggi. Avvenimenti macroscopici, in definitiva, di cui sviscerare
cause ed effetti, da porre sulla linea del tempo storico. D’altra parte, la
storia sociale o ‘storia dal basso’, è giovane solo di un paio di secoli.
Diversi sono
i temi del libro, rispetto ai quali persino lo smussamento della straordinarietà
del protagonista, quel Gaio Giulio Cesare dopo la cui parabola la storia romana
non sarebbe più stata la stessa, è solo un fattore tra i tanti.
Struttura
del libro
Due sono i
tempi della narrazione, come due sono i generi letterari che ibridano
quest’opera. Il tempo principale della storia è il 24 d. C., quando assistiamo
all’incontro tra i due personaggi sopra menzionati: un giovane scrittore in
cerca di materiale e un ex ufficiale giudiziario che è stato vicino a Cesare
(C., per lui come per Raro: una casualità?). Nella manciata di colloqui che li
riguardano, che in un caso coinvolgeranno anche un terzo personaggio (il poeta
Vastio Aldrio), si tratta di una prospettiva postuma all’intera esperienza di
Cesare. L’altro tempo della narrazione abbraccia, con saltuarietà non regolare,
gli intervalli che vanno dall’11 agosto del 63 a. C. al giugno del 62; dal
febbraio al luglio del 60: sono le date del diario. Questi due piani possono
occupare, da soli, un intero capitolo (ad esempio il primo, Carriera di un giovane di nobile famiglia,
si svolge interamente coi fatti della cornice), oppure ibridarsi (con un certo
effetto di straniamento, posto che l’accostamento avviene senza soluzione di
continuità: è il caso del libro terzo, Classica
amministrazione di una provincia). La struttura, così impostata, permette
un’articolazione dialogica tra le due parti, tra loro complementari: ai
discorsi (principalmente di discorsi si tratta) che occupano la cornice viene
affidato il compito di puntellare, con certo ironico distacco di uno dei
testimoni degli eventi (Spicro), gli eventi ormai andati. Il diario, invece,
per sua natura personale, permette agilmente all’autore di aprire spiragli
importanti su quello che si trova (si suppone si trovi) dietro le quinte della grande storia.
Il titolo
Stranamente,
la traduzione italiana del tedesco Geschäft,
termine generico ma con semantica prevalentemente afferente, se non sbaglio,
all’economia, rende di più l’idea del contenuto della vicenda: gli affari di
cui si tratta nel racconto sono sicuramente quelli economico-finanziari, quelli
che costringono un nobile della classe dirigente romana a indebitarsi
personalmente per comprarsi le cariche e poter intraprendere una dovuta
carriera (dovuta nel senso del dovere, non solo del diritto). Ma quelli di Raro
sono diari. E gli affari che ci troviamo dentro possono pure, non certo privi
di risvolti affaristici, essere di altra natura. I classici fatti di Cesare, ecco.
Qualche tema
I resoconti
di Raro permettono a Brecht di sottoporre al lettore alcuni temi centrali.
Non mi dilungo su tutto, altrimenti non resta niente da scoprire. Uno: il caso particolare di Cesare, gli permette di gettare luce sulla
vita privata di un qualsiasi (sì, qualsiasi: solo dopo non sarà qualsiasi) giovane nobile nella tarda età repubblicana, il quale, pare
di capire, non è meglio, né peggio dei suoi pari: del suo stile di vita vediamo
l’eccesso. Vive molto al di sopra delle sue reali possibilità economiche e si
lascia andare facilmente – scivolando in una deprecabile mollezza – ad amori ed
amorazzi femminili di vario tipo, dimostrandosi tutt’altro che propenso alla
continenza. Del resto, anche questi amori non sono privi di risvolti
utilitaristici, perché possono fornire denaro da investire oppure facili
informazioni da riversare con abilità nel gioco di ricatti e corruzione su cui
si basa la carriera politica. Il secondo tema fondamentale, forse il più
importante del libro, è la messa in rilievo del forte rapporto esistente,
all’interno del sistema di potere gestito da popolo e Senato, tra la politica e
la finanza: la prima, che si basa su un sistema diffuso di corruzione e ricatti
all’interno del privilegiato gruppo di potere e la seconda, che a doppio filo
influenza ed è influenzata dal gioco politico. Innanzitutto, l’acquisto delle
cariche pubbliche comporta un dispendio di denaro talmente alto che la
necessità di cercare appoggi finanziari è fondamentale: all’inizio del racconto
di Raro, Cesare sta ricoprendo la carica di Pontefice Massimo (alla fine, dopo
il proconsolato in Spagna, chiederà il consolato): è allo stremo delle sue
risorse. Ma lo stile di vita di un nobile implica dei doveri: la clientela deve
essere soddisfatta anche se i soldi utilizzati sono quelli del prestito
gentilmente concesso dallo schiavo-segretario; le donazioni, le elargizioni, il
sistema dell’evergetismo legato ai singoli step
della carriera politica deve essere rispettato e anche nel miglior modo
possibile: istruttivo è in tal senso, dopo il ritorno di Cesare dalla provincia
spagnola, il racconto dei preparativi per un trionfo che non si celebrerà mai e
su cui pesa, incombente, il paragone col trionfo di Pompeo, eroe dell'Asia. Le manovre, i
silenzi, le disponibilità dei partiti (se il Senato o i democratici non importa),
devono essere comprati. Brecht svela il paradosso per cui Cesare, uomo costantemente
perseguitato da debiti e creditori, disposto a vendersi nelle diverse
circostanze a seconda delle sue necessità, riesca a imporsi nella scena
politica anche in virtù di questa sua situazione apparentemente precaria. La
chiosa di Spicro (nella cornice principale del racconto) è a proposito
eloquente:
«In politica, le cose si svolgono
esattamente come nel mondo degli affari. I debiti piccoli non sono una
raccomandazione; ma debiti grandi, qui le cose cambiano. Un uomo che abbia
debiti grossi gode di considerazione. Per i suoi debiti non è solo lui a
tremare, tremano anche i creditori».
Il carattere
privato del diario, però, accoglie anche un aspetto più umano del suo autore:
l’amore di Raro per Cebione non è un pretesto per parlare dell’indifferenza dei
romani agli amori etero o omossessuali, quanto piuttosto lo spiraglio per
entrare dentro la Roma dei poveri, la Roma dei disoccupati, la Roma di chi non
ha pane. La città della plebe è fatta di artigiani e piccoli lavoratori che non
hanno lavoro perché la quantità di schiavi provenienti dall’Asia del vincitore
Pompeo li fa sostituire in numero sempre maggiore; il grande latifondo – si
pensi al tratteggio dell’avido Crasso – impedisce alle piccole aziende agricole
di sopravvivere e la questione agraria, che la classe dirigente non ha
intenzione, in fondo, di toccare, appare nella vicenda con tutta la sua
drammaticità. La distribuzione straordinaria del grano è solo una tattica
demagogica, non una soluzione. Cebione, con la sua scelta di arruolarsi tra i seguaci
di Catilina, ci permetterà di entrare, insieme a Raro, fin dentro al campo
pistoiese che ne vide la definitiva disfatta nel gennaio del 63
d. C.
Consigli
È vero: la
democrazia (!) romana o la democrazia greca non sono la nostra democrazia (per
fortuna? Purtroppo?): attualizzare il testo potrebbe essere rischioso. È vero:
senza un poco di nozioni storiche si rischia di fraintendere alcuni nodi della
vicenda e, trasmutandoli oggi, pasticciare nei particolari. È vero: Catone
ubriacone è una trovata geniale carica di sarcasmo, non certo un ritratto
storico con valore oggettivo. Ma forse non è vero che la guerra fatta da
lontano, scelta da chi è al potere per soddisfare anche tornaconti personali, è un rimedio per i problemi nel
territorio vicino? Ma forse non è vero, ancora, che le necessità della plebe (per carità: quella di Roma, la
unica e sola. L’altra non pare contare), sono solo secondarie rispetto a
dinamiche di potere complesse e non certo universali? Ecco che mischio di
nuovo, in maniera ingiustificata, i piani. Sarà che guardare House of cards non mi fa bene, ma mentre
leggevo Brecht, mutatis mudandis,
pensavo a Kevin Spacey nella sala ovale. E pensavo che dopo due anni di
insegnamento, a scuola, mi ritrovo a ridurre sempre nello stesso schema di
causa effettualità l’evenemenziale più disparato.
La city ha perso la
partita perché non è stata in grado di far continuare i disordini.
In
definitiva: non è una lettura per tutti. Probabilmente neanche per me.
