sabato 20 dicembre 2014

Erlebnis e traduzioni: "Lo fatal" di Rubén Darío

La vita dell'emigrante costretto è così piena di salti temporali che l'esistenza viene fuori a macchie, come una Pimpa un po' malformata che zampetta sui piedi, alternativamente, come alternativa è l'irriducibilità della vita lasciata e della vita scelta, del mondo ancora acerbo e povero e familiare, sotto il sole caldo che inizia a sapere d'Africa, e del mondo delle luci che ci avvolgono nelle firme griffate e nell'arte di un'Europa che sempre ci tagliò fuori. E non attingiamo né a questo, né a quello, ormai, rassegnati a non appartenere a niente, a nessuno, neanche a noi stessi.
Se poi viene la cara sorella Morte a farci visite - questa volte attese - plurime, abbiamo ancora più tempo per piangere su noi stessi e sul lascito che non ci è dato.
Il mixer dei vari summenzionati ingredienti sputa perciò fuori libri gialli di cui non ricordavamo l'esistenza, apre a caso la pagina, ma noi cerchiamo quello che più ci aggrada e più ci si confà e infine ci riposiamo su di esso, alieni a qualsiasi speculazione critico-ermeneutica che lo avvolge, in quanto una delle più note opere di uno dei più noti poeti del centro America del XIX secolo.
Secolo lontano, mondo lontano, nelle parole in cui risuona, almeno questa inestirpabile, la campana a morto del buon Quevedo, e del suo soy un fue, y un será, y un es cansado.

La poesia è tratta dall'antologia di Rubén Darío, Azul… Cantos de vida y esperanza, a c. di Álvaro Salvador, Collección Centenario, Madrid, Espasa, 1998. La traduzione è mia. La poesia fa parte della seconda opera, pubblicata nel 1905.



Fatale

A René Pérez




Fortunato l’albero che è sensibile appena,
e più la dura pietra perché lei non sente,
ché della pena d’essere non c’è più grande pena,
né maggior oppressione della vita cosciente.

Essere e nulla sapere, essere senza una rotta certa
e il timore di esser stato, e un futuro terrore…
e il sicuro spavento che domani è morte certa,
e soffrire per la vita e per l’ombra e in addizione

per ciò che non sappiamo e appena sospettiamo
e la carne che tenta coi suoi grappoli in mano
e la tomba che aspetta col suo funebre ramo,
e non sapere dove andiamo
né da dove proveniamo!


Paul Gaugain, D'où venons-nous ? Que sommes-nous ? Où allons-nous ? 1897-1898



 ******
Lo fatal 

A René Pérez
Dichoso el árbol, que es apenas sensitivo,
y más la piedra dura porque esa ya no siente,
pues no hay dolor más grande que el dolor de ser vivo,
ni mayor pesadumbre que la vida consciente.
Ser y no saber nada, y ser sin rumbo cierto,
y el temor de haber sido y un futuro terror...
Y el espanto seguro de estar mañana muerto,
y sufrir por la vida y por la sombra y por
lo que no conocemos y apenas sospechamos,
y la carne que tienta con sus frescos racimos,
y la tumba que aguarda con sus fúnebres ramos,
¡y no saber adónde vamos,
ni de dónde venimos!...

venerdì 5 dicembre 2014

Traduzioni: "Si el hombre pudiera decir lo que ama" di Luis Cernuda

E pensare che tutto si scolora solo perché devo lavorare e non ho voglia e l'unica scappatoia è quest'acciuffamento di parole altre, e lontane, e di adorati accenti. Così. Questa è la distrazione da un lavoro che non voglio fare. E poi, semplicemente, è un poco essenziale.

Il testo di Luis Cernuda fa parte della raccolta Los placeres prohibidos (1931) e ancora una volta ho preso il testo dal web perché sono pigra su tutta la linea. La traduzione è mia.


Se  potesse l’uomo dire ciò che ama,
se  potesse l’uomo il suo amore alzare al cielo
Renato Guttuso, Gli amanti, 1931
come una nube nella luce;
se come i muri a frantumarsi,
per salutare l’eretta verità nel mezzo
il suo corpo potesse frantumare,
per lasciare la sola verità dell'amore suo,
la verità di sé stesso,
che non si chiama gloria, o fortuna, né ambizione,
ma desiderio e amore,
sarei, io, quello che immaginavo;
quello che con la sua lingua, coi suoi occhi e con le mani
proclama innanzi agli uomini la verità ignorata,
la verità del suo amore vero.

Non conosco libertà, se non la libertà di essere preso da qualcuno
e dal suo nome, che non posso sentire senza brividi;
qualcuno per cui scordare questa esistenza vile,
per cui mi sono tali giorno e notte secondo la volontà sua,
e il mio spirito e il mio corpo ondeggiano nel suo spirito e corpo,
come legni perduti che solleva il mare o annega,
liberamente, con la libertà dell’amore,
libertà unica a esaltarmi,
libertà unica a morirne.

Dai tu ragione all’esistenza mia:
non ho vissuto se non ti conosco,
perché non ho vissuto io non muoio, se prima non ti ho conosciuto.

****


Si el hombre pudiera decir lo que ama,
si el hombre pudiera levantar su amor por el cielo
como una nube en la luz;
si como muros que se derrumban,
para saludar la verdad erguida en medio,
pudiera derrumbar su cuerpo,
dejando sólo la verdad de su amor,
la verdad de sí mismo,
que no se llama gloria, fortuna o ambición,
sino amor o deseo,
yo sería aquel que imaginaba;
aquel que con su lengua, sus ojos y sus manos
proclama ante los hombres la verdad ignorada,
la verdad de su amor verdadero.

Libertad no conozco sino la libertad de estar preso en alguien
cuyo nombre no puedo oír sin escalofrío;
alguien por quien me olvido de esta existencia mezquina
por quien el día y la noche son para mí lo que quiera,
y mi cuerpo y espíritu flotan en su cuerpo y espíritu
como leños perdidos que el mar anega o levanta
libremente, con la libertad del amor,
la única libertad que me exalta,
la única libertad por que muero.

Tú justificas mi existencia:
si no te conozco, no he vivido;
si muero sin conocerte, no muero, porque no he vivido.

sabato 18 ottobre 2014

Traduzioni a casaccio: sonetto XXXV di Shakespeare ('No more be griev'd...')




Gian Lorenzo Bernini, Ratto di Proserpina, 1621-1622, particolare
È solo perché ogni occasione è buona, ogni lettura è buona (ma già più difficile adattamento rimico implica il passaggio dall'inglese all'italiano, ed ecco che spunta il tecnicismo innecessario) e ogni momento di astrazione dalla teoria va bene accolto. Perciò ecco il risultato di un gioco postprandiale dello spazio di meno di sessanta minuti (cosa che spiega il livello rustico del manufatto).
Al di là delle inutili ciance, del passatempo e della congiuntura in cui nacque va precisato che non è che per dire che l'ha fatto Ungaretti ho pensato bene di farlo anch'io. L'ho fatto, e basta. Non riuscivo a digerire il pranzo, oggi.


Per una volta il testo è preso a casaccio dal web, perciò mi esimo da qualsiasi errore vario ed eventuale, poiché non mi ritrovo edizioni shakspeariane sotto il naso. Per la traduzione incolpate me.


Sonetto XXXV


Non più grave ti sia ciò che facesti:
hanno spine le rose, fango l’acqua d’argento:
macchiano Luna e Sole eclissi e nembi,
il nicchio più dolce abita il cancro orrendo.
Gli uomini tutti sbagliano, io fra questi,
col paragone il peccato tuo indulgendo,
corrompo me, assolvo l’incorretto,
e scuso i falli tuoi più che non sono.
Trovo ragione al tuo sensuale sbaglio, –
difensore ti sono, eppure avversa parte –,
legittimo processo a me m’indìco.
Tanto civile guerra è il mio amoroso odio
che la necessità mi fa correo
di quella dolce ladra che acerba mi deruba.


*****


Sonnet XXXV
 
No more be griev'd at that which thou hast done:
Roses have thorns, and silver fountains mud:
Clouds and eclipses stain both moon and sun,
And loathsome canker lives in sweetest bud.
All men make faults, and even I in this,
Authorising thy trespass with compare,
Myself corrupting, salving thy amiss,
Excusing thy sins more than thy sins are;
For to thy sensual fault I bring in sense, -
Thy adverse party is thy advocate, -
And 'gainst myself a lawful plea commence:
Such civil war is in my love and hate,
That I an accessary needs must be
To that sweet thief which sourly robs from me.

William Shakespeare 

Recensioni: La casa del mago di Emanuele Trevi

LA CASA DEL MAGO di Emanuele Trevi ANNO: 2023 EDIZIONE: Ponte alle Grazie   Una recensione ogni quattro anni è una cadenza inaccettabile...