venerdì 27 aprile 2012

Memorandum 2010 (ovvero O ano da morte de José Saramago)



Estavam no passeio do jardim, olhavam as luzez pálidas do rio, a sombra ameaçadora dos montes. Então vamos, disse Fernando Pessoa, Vamos, disse Ricardo Reis. O Adamastor não se voltou para ver, parecía-lhe que desta vez ia ser capaz de dar o grande grito. Aquí, onde o mar se acabou e a terra espera.

(O ano da morte de Ricardo Reis)


Le premonizioni sono qualcosa di insolito, specialmente considerando che possono rivelarsi tali solo a posteriori, acquisendo quel valore di anticipazione rivelatrice che è semplicemente l’illusione di un’intermittenza del caso. Quando la morte ci gravita attorno, possiamo avere varie reazioni, molto dipende dalla forma in cui si manifesta, da chi viene toccato in un momento, dalle abitudini a cui le nostre contingenze ci costringono, spesso senza il nostro consenso. L’universo è indifferente all’uomo, e l’uomo passa, così come quel minuscolo essere, grande come la virgola disegnata su questa tastiera di computer portatile, che l’altra mattina camminava sopra l'universo bidimensionale della pagina albina inondata dai riflessi del sole che entrava di traverso dalla sudicia finestra dell’autobus, del libro che avevo tra le mani. L’universo è indifferente anche a quest’insetto di cui ignoro il nome, che nei miei pensieri ritorti ho forse chiamato moscerino, talmente minuscolo e tuttavia affannato a insinuarsi nel tondino di una ‘a’, faticosamente, nel suo universo sconfinato di tinta e carta, da impedire di capire se maldestramente fosse stato privato di una delle sue alette. Restavo col dubbio mentre lo vedevo annaspare in un trionfo di bianco, poi ho girato pagina, l’ultima cosa che ho visto è stato un puntino nero che s’infilava nella fessura della rilegatura. Alla polvere, che piroettava nel raggio di luce formatosi a lato della mia testa inclinata, l’universo era indifferente. Forse anche alla polvere. O forse no. Anzi, no. È l’unica permanenza.
Quando una persona importante muore, le altre persone importanti devono più o meno ufficialmente manifestare il proprio dolore e, se fossi più paziente e meno stanca di avere a che fare con cinquecenteschi pastori della letteratura spagnola, avrei potuto leggere di più quello che dicevano le persone importanti, i politici, i ministri, gli altri scrittori, i giornalisti, sui periodici virtuali, per poter essere commossa dalle righe sentimentali di quest’ultimi, da quelle inconsciamente competitive dei secondi, da quelle vuote dei primi. Invece penso proprio che non sarà così, a volte la stanchezza per lo studio (dell’ultim’ora) non lascia possibilità all’apertura sul mondo. E se il mondo è quello dell’informazione del web, capita anche, come in questo caso, di essere riconoscenti.
Blimunda era riuscita a vederlo cosa c’era nello stomaco di Baltassar mentre bruciava sul fuoco come eretico e Gesù si disperava su una barca per tutti gli scempi che Dio avrebbe fatto compiere agli uomini sotto l’insegna del suo nome, Satana cercava di consolarlo meglio che poteva. Questa piccola e realistica visione di un mito, che la critica ha interpretato come una polemica alla religione cattolica e che sicuramente nelle intenzioni dell’autore lo era, ma non principalmente, visto che il contenuto di verità più lampante di quelle pagine è uno solo, ovvero il potere infinito della scrittura trituratrice persino – con un’ironia sconfinata e malinconica da pessimista attivo come lui stesso è stato definito – delle basi millennarie (quasi romane direi) della nostra civiltà occidentale, gli costò un volontario esilio a Lanzarote. Solo per dimostrare la grandezza di un pensiero libero.
Lo considero, nato negli anni venti lo si può ben considerare tale, ma la storia della sua vita lo ha dimostrato, un’esempio illuminante di intellettule engagée in un’epoca in cui difficilmente il puro senso del termine viene abitato da coloro che hanno le mani impastate tra le lettere, un oblio di coscienza in parte coatto, che non l'ha toccato. A cominciare dallo sfruttamento intelligente che ha saputo fare del mezzo infomatico (o lui o chi per lui attraverso lui), già ultraottantenne. Anche se la tentazione degli editori di trasformare ogni cosa in lucro ha convertito le pagine di un blog in un libro (difficile pensare che questa ingegnosa soluzione fosse dovuta a una certa compassione verso quei lettori il cui rapporto con il computer è stato precluso per mancata affinità elettiva col mezzo).
Così engagée da essere epico. Da sapere di esserlo, dietro quella magrezza sconfinata e quell’espressione ironica tra le rughe, quella stessa espressione sardonica che si è rivelata ora come una premonizione. Le assenze opprimono più delle presenze. L’epicità di un vuoto di vivere prima di una rivoluzione, mentre passeggiavo per le strade di Lisbona credevo di incontrare Ricardo Reis ad ogni passo, con quel suo aspetto stralunato, alla ricerca di qualcosa che era il mare infinito di una terra iniziata. Né l’inizio, né la fine. Adamastor era un nome che si accompagnava a tutto, eccetto i progetti della giornata. Adamastor non l’ho visto, se non dopo, su internet. Adamastor era lì, a dare le spalle all’universo, giusto nel quartiere attiguo a quello in cui avevo l’ostello.
L’accento portoghese è dolce. La libertà di immergersi in un oceano di garofani, anche. Resta il superamento di entrambe le cose, per cui sul serio si può parlare di intellettuale engagée, ma fino a un certo punto: non ha smesso di criticare tutto quello che si doveva razionalmente criticare, anche i suoi compagni rossi. Non ha smesso di dolersi per il male dell’uomo, per l’ingiustizia di ogni giorno, senza piangersi addosso, solo stupendosi tristemente, come una ferita lancinante sulla sua bocca sempre stretta a pronunciare le chiuse vocali lusitane, per l’uso che questa cosa fa di se stesso, e del mondo. L’eredità che lascia per chi ama la letteratura e crede in essa come espressione libertà di pensiero più umanisticamente umano, è un’eredità peasantissima. Di lucidità, di schiettezza, di triste disinganno, di pessimismo attivo.
José Saramago, dove l’uomo finisce e l’universo respira in vortici di polvere.



1 commento:

  1. Sono riuscita a sentirmi per un attimo al tuo fianco, nel tuo universo sommerso di libri polverosamente pregni anche di noia. Non lasciare perdere, anzi! :) vorrei passarti anche qualcosa di mio, se solo avessi tempo... Correggi il mentre in "Blimunda era riuscita a vederlo cosa c’era nello stomaco di Baltassar metnre".

    "Le assenze opprimono più delle presenze", lo posso ben capire.

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