Gli incontri sono congiunture, congiunture che sfidano l'idea dell'impossibile, dell'impossibile campo di forza in cui la totale, siderale, stordente casualità decide d'agire nell'imperscrutabilità del divenire. Si diventa pazzi se ci si mette lì a pensare ai milioni di millenni, ai milioni di miliardi di anni luce, all'incommensurabile errare della polvere stellare che gira ignorante nelle nostre vene, insomma si diventa pazzi se ci si mette a pensare quante e quali indifferenti variabili entrano in campo nell'attimo preciso in cui un incontro, semplicemente, accade. Non c'è niente di eclatante in quest'osservazione, ovviamente. Diventa persino superfluo spender parole su quanto l'elemento incontro possa agire nell'immaginario di quell'insieme di tipi umani (sparuti e coraggiosi) particolarmente drogati di fantasia. Persino sui dipendenti occasionali gli effetti possono essere funesti.
Gli antropologi, gli esteti, i critici, i filosofi persino possono continuare a occuparsi delle ragioni di questo fascino, peraltro neanche tanto arcano. L'incontro è l'inizio oppure il punto in cui l'inizio e la fine coincidono. In quest'ultimo caso soprattutto il momento potenziale, la potenza di una vita possibile, seppur temporaneamente breve, inonda il tipo umano malcapitato di turno con tutta la sua violenta possibilità. O, caso forse più diffuso e forse anche più gonfio di seduzione, con la potenza della sua impossibilità. Svitamenti o svilimenti.
Sulla preziosità del caso, dell'incontro, della bellezza triste della mancata attuazione e della sua ineliminabile carica di fascino si discorre fin dal vecchio e solito Charles Baudelaire, che ce l'ha messa tutta per dircelo poeticamente, una volta per tutte, nella maniera migliore possibile. Non c'è molto altro, poi, da aggiungere.
Tuttavia Eraclito aveva ragione e la storia di tutte le letterature non fa che dircelo, come poi ce lo direbbe una Storia delle storie, che il buon vecchio Russell si divertirebbe a contraddire.
Il testo del poeta uruguayo, più vecchio omonimo del nostro italiano, cerca di dircelo con poco. Tanto che l'atto della traduzione mutila la semplicità linguisticamente irraggiungibile della profonda, originale polisemia sibilante dello strusciare continuo (e divenente, per l'appunto) del passaggio.
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| Auguste Rodin, L'éternelle idole, 1889. |
Sulla preziosità del caso, dell'incontro, della bellezza triste della mancata attuazione e della sua ineliminabile carica di fascino si discorre fin dal vecchio e solito Charles Baudelaire, che ce l'ha messa tutta per dircelo poeticamente, una volta per tutte, nella maniera migliore possibile. Non c'è molto altro, poi, da aggiungere.
Tuttavia Eraclito aveva ragione e la storia di tutte le letterature non fa che dircelo, come poi ce lo direbbe una Storia delle storie, che il buon vecchio Russell si divertirebbe a contraddire.
Il testo del poeta uruguayo, più vecchio omonimo del nostro italiano, cerca di dircelo con poco. Tanto che l'atto della traduzione mutila la semplicità linguisticamente irraggiungibile della profonda, originale polisemia sibilante dello strusciare continuo (e divenente, per l'appunto) del passaggio.
Il testo è tratto da M. Benedetti, El amor, las mujeres y la vida, Poemas de amor, Selección de autor, Madrid, Punto de lectura, 2011. La traduzione è mia.
La lettura del poeta si può ascoltare qui.
Lei che passa
Passo che passa
volto che passavi
che vuoi di più
ti guardo
dopo me lo scorderò
dopo e solo
solo e dopo
sicuro me lo scordo
Passo che passi
volto che passavi
che vuoi di più
ti voglio
ti voglio solo due
o tre minuti
per più volerti
non ho tempo.
Passo che passi
volto che passavi
che vuoi di più
ah, no
ah, non tentarmi
ché se ci tentiamo, noi,
noi non potremo scordarci.
addio.
*****
Ella que pasa
Paso que pasa
rostro que pasabas
qué más quieres
te miro
después me olvidaré
después y solo
solo y después
seguro que me olvido.
Paso que pasas
rostro que pasabas
qué más quieres
te quiero
te quiero sólo dos
o tres minutos
para quererte más
no tengo tiempo.
Paso que pasas
rostro que pasabas
qué más quieres
ay no
ay no me tientes
que si nos tentamos
no nos podremos olvidar
adiós.

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