LA FESTA
DELL’INSIGNIFICANZA di Milan Kundera
TITOLO
ORIGINALE: La fête de l’insignifiance
ANNO: 2013
EDIZIONE: Adelphi,
traduzione di Massimo Rizzante
Si può solo intuire tra un romanzo e l’altro, tra
uno scritto e l’altro, tra una parola e l’altra. Può nascondersi, insinuarsi
negli spazi bianchi o nella consecuzione delle sillabe. Può costituire una
parte dichiarata (sostanziale lo è nella maggior parte dei casi) della
struttura di un racconto buono e, inevitabilmente, dell’ideologia sottesa a una
poetica personale cui è impossibile derogare. Può, infine, essere ostentato,
espresso chiaramente, allegorizzato. Stiamo parlando del sistema filosofico di
uno scrittore. Di un grande scrittore, ché non tutti lo sono. Del sistema
filosofico kunderiano La festa
dell’insignificanza costituisce il correlativo oggettivo ultimo e quasi
finale (quasi, perché speriamo che il buon Milan ce ne dia ancora, sebbene già
la fine del libro, con l’applicazione di quell’ironia che è propria dello
scrittore in questione, faccia intendere che la volontà di continuare sia
nettamente inferiore alle forze necessarie al fine – e alla fine. Oltre la metà
del libriccino incontriamo infatti questo dialogo:
«Mariana, lei è un angelo. Un angelo sopraggiunto a metà del mio
viaggio».
«Io non sono un angelo»
Improvvisamente inquieto, Charles annuì: «Anch’io spero che lei non lo
sia. Perché è solo verso la fine che vedo un angelo. E la fine vorrei rinviarla
il più al lungo possibile». )
Si rimane perplessi e un po’ dispiaciuti, forse,
dall’eccessiva stringatezza del racconto (perché definirlo romanzo non si può).
Sarà allora da chiamare romanzo breve? Neppure. Una sceneggiatura teatrale? A
tratti, e per volontà d’autore. Una glossa speculativa continua a
situazioni-tipo sotto forma di narrazione? Sicuramente. Certo, quest’ultima
definizione è forse estendibile, per certi aspetti, a tutta l’opera kunderiana.
Tuttavia nel caso specifico la riflessione letterariamente trasposta in una
storia di pochi personaggi – scaltramente variegati in età, esperienza di vita
pregressa espressa o taciuta, condizione socio-economica – approda ad una
paradossale e quanto mai necessaria esaltazione dell’insignificanza della vita.
Necessità da intendersi prima di tutto come unico sbocco di una filosofia
dell’esistenza fondamentalmente ancora novecentesca – dal piano
dell’autore – e in secondo come unico senso senza significato concedibile
alla vita per poterne godere (in un bilico epicureo quasi invidioso dello
stoicismo) e, pertanto, per poterne ridere (il senso del riso dialetticamente debitore
della filosofa ottocentesca) – dal piano dell’uomo eletto alla
scrittura. La tassatività e la stringatezza con cui i temi di sempre sono
svolti – si può dire che Kundera muova le sue dita nello spazio di due-tre
ottave proponendo successioni armoniche legate da un pianissimo continuo cui fa
da contrappunto lo staccato ostinato della mano destra – rendono La festa dell’insignificanza un
epifonema. Per spiegare cosa ciò voglia dire si procederà a pochissime
osservazioni che non si propongono certo di essere esaurienti.
Il sesso, che si può dire vera ossessione kunderiana – e l’accostamento con Philip Roth che ho letto non so dove non potrebbe essere più opportuno – è qui sussurato, suggerito, mai estrinsecato con la disinibizione cui ci hanno abituato i suoi passati racconti (agirà in questo senso l’età più avanzata?). Il sesso si riduce, e ripetiamo l'esempio ovunque apportato per evitare spoiler, dal momento che il caso è estendibile ad altri motivi, all’ombelico di una donna, non è che pochi cenni, di cui qui non si parlerà. L’ombelico è l’oggetto-emblema di una riflessione che riguarda tre piani: quello epocale (emblema della sessualità del nuovo millennio), quello personale (la storia di Alain e del suo edipico trauma), quello cosmogonico (l’assenza di ombelico in Eva che significa l’assenza della coazione a ripetere l’insignificanza del coito, ovvero infine, l’ombelico come emblema dell’insignificanza dell’esistenza umana).
Il sesso, che si può dire vera ossessione kunderiana – e l’accostamento con Philip Roth che ho letto non so dove non potrebbe essere più opportuno – è qui sussurato, suggerito, mai estrinsecato con la disinibizione cui ci hanno abituato i suoi passati racconti (agirà in questo senso l’età più avanzata?). Il sesso si riduce, e ripetiamo l'esempio ovunque apportato per evitare spoiler, dal momento che il caso è estendibile ad altri motivi, all’ombelico di una donna, non è che pochi cenni, di cui qui non si parlerà. L’ombelico è l’oggetto-emblema di una riflessione che riguarda tre piani: quello epocale (emblema della sessualità del nuovo millennio), quello personale (la storia di Alain e del suo edipico trauma), quello cosmogonico (l’assenza di ombelico in Eva che significa l’assenza della coazione a ripetere l’insignificanza del coito, ovvero infine, l’ombelico come emblema dell’insignificanza dell’esistenza umana).
Il riso e la bugia, altri motivi costantemente
affrontati dallo scrittore ceco tornano a scorrere come arma esistenzialista non velata. Un uomo (insignificante) mente a proposito di una grave
malattia che in realtà non ha. Non se ne vergogna. La bugia lo mette di
buonumore, proprio per la sua gratuità:
Ma che cosa ci guadagnava a inventarsi un cancro? Stranamente, pensando
all’insensatezza della sua menzogna, non poté trattenersi dal ridere.
La ricerca del buonumore – in senso filosofico
prettamente pre-romantico – è perseguita da quasi tutti i personaggi in scena.
Il suo raggiungimento permette di contemplare la stupidità umana, di farla
propria, di dispiegarne l’insignificanza grazie all’hegeliana unendliche Wohlgemutheit. La beffa è
perseguita in ogni modo e, quando non raggiunge il fine del buonumore, lascia
spazio a una sbornia di tristezza chiaramente esistenziale (ma la cui
estrinsecazione abilmente viene determinata nel racconto dalle situazioni
cogenti). La beffa, poi, per dar via al riso liberatorio (il legame con Il libro del riso e dell’oblio è
fortissimo, e tornano, lì come qui, gli spauracchi angelici di cui il primo dialogo riportato dà la misura) si fonda sulla bugia, protratta, gratuita, inutile. Storica.
Dall’eziologia onomastica di una città illustre per aver dato i natali a Kant
alla spiegazione beffarda del senso dell’operazione politica Staliniana – e del potere
di una grossa bugia nata per ridurre ad
unum l’entropia di un’insignificanza grande quanto la somma degli individui
umani – l’infinito umorismo è il senso dell’assenza di senso, perso il quale
non resta che la caduta:
« […] Da tempo abbiamo capito che non era più possibile rivoluzionare
questo mondo, né organizzarlo, né fermare la sua sciagurata corsa in avanti.
Non c’era che un solo modo per resistere: non prenderlo sul serio. Ma mi rendo
conto che le nostre beffe hanno perso ogni potere […]».
Dopo essersi fatto il sangue amaro, soprattutto per le
conseguenze personali che la storia nazionale ha riversato su di lui, a Kundera
non resta che ridurre il comunismo a un’enorme beffa mal riuscita. E riflettere, infine, sulla volontà, sulla dichiarata scia del sempre valido pensiero di Schopenhauer.
Struttura
narrativa
I brevi capitoli e i loro titoli stanno già ad
indicare quanto il libro soffra di una precisa categorizzazione entro gli
schemi del genere della prosa. Pochi personaggi in scena si alternano
nell’intreccio delle diverse azioni in un medesimo punto dello spazio-tempo e
l’inserzione del passato nel presente avviene sempre attraverso un’organica
faglia discorsiva dentro quest’ultimo, come riflessione sulla riflessione (e
ancora viene da pensare alla dialettica proto-romantica che sta dietro tanta
filosofia dall’Ottocento in poi) attraverso la memoria (che è altro tema
tipicamente kunderiano) e/o la conversazione. Un copione, un bozzetto, un
sussulto di concatenazioni figurali.
Il
titolo
Il titolo è l’emblema, è il nome della dissacrante
rappresentazione da immaginare sulla scena. L’insignificanza è la festa della
vita di un uomo e di tutti gli uomini, è la festa dell’esistenza, è la festa
del pensiero, è la festa del sesso ombelicale, la festa dell’epoca che si
condensa nel sesso ombelicale, la festa, infine, dell’umanità insensata,
indipendentemente dalla sua coscienza di questa stessa insignificanza. La festa
è il riso che sgorga di fronte al nulla, ed è, paradossalmente, la più ottimistica
consolazione a un cinismo senza via d’uscita.
Consigli
Lo leggete sul treno, basta un viaggio di un
due-tre ore a/r – previa assicurazione o combinazione fortunosa di [-
rompicoglioni parlottanti][- rompicoglioni con techno devices a volume immondo][+ possibilità di sedersi su un regionale
spesso sovraccarico] – e le circa centoventicinque pagine del volume –
un’operazione editoriale le cui ragioni sono facilmente intuibili, se si
considera che la dimensione dei caratteri è più grande della norma e che ampio
è il margine bianco che incornicia il testo – sono già bell’e scorse. A
differenza di altri romanzi dello scrittore ceco, però, la frenesia di arrivare
allo scioglimento del plot è da
questo libro piuttosto fiaccata. La trama è a tratti stanca o, semplicemente,
subordinata al mascheramento non tanto segreto del libro, che vuole quasi
presentarsi come un’opera teatrale. O, piuttosto, come una giustapposizione di
correlativi oggettivi che permettano di aprire parentesi di riflessioni
condensate di acume. Leggetelo solo se non siete in un momento particolarmente
oscuro della vostra vita, se siete cinici ma il vostro cinismo non vi costringe
ad andare dallo psicanalista, o, al contrario, se la ferma convinzione che la
vita abbia senso è, dentro di voi, così solida da non poter essere scalfita.
Leggetelo solo se siete in qualche modo affezionati a Milan Kundera e vi rimane una nostalgia da ventunesimo secolo per il semprevero esistenzialismo del secolo breve.

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