domenica 23 luglio 2017

Recensioni: Gli affari del signor Giulio Cesare di Bertolt Brecht




GLI AFFARI DEL SIGNOR GIULIO CESARE di Bertolt Brecht


TITOLO ORIGINALE: Die Geschäfte des Herr Julius Caesar
ANNO: 1957
EDIZIONE: Einaudi, 20053 traduzione di Lorenzo Bassi

Cosa mi spinge dopo più di due anni di silenzio e due anni mezzo dopo l’ultima recensione a riprendere in mano il blog? Potrei dare tante spiegazioni, tutte più che soddisfacenti. Non hanno a che fare né con un’ipotizzabile assenza di letture – sono state molte, la maggior parte delle quali coatte e per niente letterarie, in verità – né con la pigrizia della sottoscritta, che pur è notoria. Sul serio, visto che non mi piace raccontare i fatti miei in un blog, vi risparmio tutto quello che è successo nel mezzo, che da solo direbbe molto. Lo so, con questo perdo molti lettori, almeno tutti quelli interessati all’aneddotica individualista che imperversa ormai ovunque nell’internètte. Di fatto, non mi importa. 
Il motivo per cui posso pubblicare questa recensione è che sono stata costretta a scriverla. In diversa forma e per diversi destinatari, certo, eppure mi sono dovuta sedere, di notte e dedicare qualche ora a metterla su un file. Perciò ecco un primo avviso: se qualcuno capita qui, in questo luogo, perché ha bisogno di spunti o addirittura di un copia-incolla per un lavoro obbligatorio che un esame di Storia Romana impone, in una certa Università toscana, a chi deve sostenerlo, sappia da subito due cose: la prima, è che l’ho già usato io per l’esame e quindi vi attaccate al cazzo. La seconda, che non do assolutamente il permesso di copia e incollarlo (l'ho già copia incollato io, dal file al blog). Non ho nessuno strumento di controllo, ma mi sembrerebbe per lo meno maleducato incorrere in un plagio flagrante di tal fatta. Se non fosse stato per questo esame, per questi crediti extra carriera (extra molte carriere) necessari per essere precari pure nelle classi di concorso delle superiori, penso che non avrei mai preso in mano questo libro. Un libro di argomento storico – l’ultimo che ho letto in questo senso, Le Benevole di Jonhatan Little, non può certo considerarsi un puro romanzo storico – di un autore celeberrimo a cui non mi sono mai avvicinata.
Sarà che mi è stato imposto come I promessi sposi al ginnasio o la Divina Commedia nel triennio, ma sulle prime mi ha annoiato a morte. Poi, per inerzia o per curiosità o per necessità, l’attitudine è un po’ cambiata.

«Questo Raro si occupava del lato economico delle imprese, e lei sa che è un lato che interessa poco ai nostri storici»

Quando Mumlio Spicro, ex funzionario giudiziario ormai arricchito definisce laconicamente e con apparente ironia il contenuto dei diari del segretario di Cesare al giovane avvocato che è venuto a richiederli per acquisire informazioni (si suppone ulteriori) sull’oggetto di un’opera encomiastica che ha in lavorazione, non si sta limitando a porre i primi interrogativi ad un interlocutore tutto sommato ingenuo. È l’autore, dietro le parole del personaggio, a spiegare al lettore ciò che dovrà aspettarsi dalle pagine che seguono e che, purtroppo, Brecht non ha potuto terminare. Il merito di questa narrazione è inoltrarci in un mondo di cui, generalmente, nei libri di scuola – almeno ad esclusione di quelli universitari, che presuppongono per loro natura una prospettiva più profonda e articolata alla storia – si conosce solo la parte più superficiale: un susseguirsi di guerre, di poteri, di nomi, di riforme e leggi. Avvenimenti macroscopici, in definitiva, di cui sviscerare cause ed effetti, da porre sulla linea del tempo storico. D’altra parte, la storia sociale o ‘storia dal basso’, è giovane solo di un paio di secoli.
Diversi sono i temi del libro, rispetto ai quali persino lo smussamento della straordinarietà del protagonista, quel Gaio Giulio Cesare dopo la cui parabola la storia romana non sarebbe più stata la stessa, è solo un fattore tra i tanti.


Struttura del libro
Due sono i tempi della narrazione, come due sono i generi letterari che ibridano quest’opera. Il tempo principale della storia è il 24 d. C., quando assistiamo all’incontro tra i due personaggi sopra menzionati: un giovane scrittore in cerca di materiale e un ex ufficiale giudiziario che è stato vicino a Cesare (C., per lui come per Raro: una casualità?). Nella manciata di colloqui che li riguardano, che in un caso coinvolgeranno anche un terzo personaggio (il poeta Vastio Aldrio), si tratta di una prospettiva postuma all’intera esperienza di Cesare. L’altro tempo della narrazione abbraccia, con saltuarietà non regolare, gli intervalli che vanno dall’11 agosto del 63 a. C. al giugno del 62; dal febbraio al luglio del 60: sono le date del diario. Questi due piani possono occupare, da soli, un intero capitolo (ad esempio il primo, Carriera di un giovane di nobile famiglia, si svolge interamente coi fatti della cornice), oppure ibridarsi (con un certo effetto di straniamento, posto che l’accostamento avviene senza soluzione di continuità: è il caso del libro terzo, Classica amministrazione di una provincia). La struttura, così impostata, permette un’articolazione dialogica tra le due parti, tra loro complementari: ai discorsi (principalmente di discorsi si tratta) che occupano la cornice viene affidato il compito di puntellare, con certo ironico distacco di uno dei testimoni degli eventi (Spicro), gli eventi ormai andati. Il diario, invece, per sua natura personale, permette agilmente all’autore di aprire spiragli importanti su quello che si trova (si suppone si trovi) dietro le quinte della grande storia.



Il titolo

Stranamente, la traduzione italiana del tedesco Geschäft, termine generico ma con semantica prevalentemente afferente, se non sbaglio, all’economia, rende di più l’idea del contenuto della vicenda: gli affari di cui si tratta nel racconto sono sicuramente quelli economico-finanziari, quelli che costringono un nobile della classe dirigente romana a indebitarsi personalmente per comprarsi le cariche e poter intraprendere una dovuta carriera (dovuta nel senso del dovere, non solo del diritto). Ma quelli di Raro sono diari. E gli affari che ci troviamo dentro possono pure, non certo privi di risvolti affaristici, essere di altra natura. I classici fatti di Cesare, ecco.


Qualche tema
I resoconti di Raro permettono a Brecht di sottoporre al lettore alcuni temi centrali. Non mi dilungo su tutto, altrimenti non resta niente da scoprire. Uno: il caso particolare di Cesare, gli permette di gettare luce sulla vita privata di un qualsiasi (sì, qualsiasi: solo dopo non sarà qualsiasi) giovane nobile nella tarda età repubblicana, il quale, pare di capire, non è meglio, né peggio dei suoi pari: del suo stile di vita vediamo l’eccesso. Vive molto al di sopra delle sue reali possibilità economiche e si lascia andare facilmente – scivolando in una deprecabile mollezza – ad amori ed amorazzi femminili di vario tipo, dimostrandosi tutt’altro che propenso alla continenza. Del resto, anche questi amori non sono privi di risvolti utilitaristici, perché possono fornire denaro da investire oppure facili informazioni da riversare con abilità nel gioco di ricatti e corruzione su cui si basa la carriera politica. Il secondo tema fondamentale, forse il più importante del libro, è la messa in rilievo del forte rapporto esistente, all’interno del sistema di potere gestito da popolo e Senato, tra la politica e la finanza: la prima, che si basa su un sistema diffuso di corruzione e ricatti all’interno del privilegiato gruppo di potere e la seconda, che a doppio filo influenza ed è influenzata dal gioco politico. Innanzitutto, l’acquisto delle cariche pubbliche comporta un dispendio di denaro talmente alto che la necessità di cercare appoggi finanziari è fondamentale: all’inizio del racconto di Raro, Cesare sta ricoprendo la carica di Pontefice Massimo (alla fine, dopo il proconsolato in Spagna, chiederà il consolato): è allo stremo delle sue risorse. Ma lo stile di vita di un nobile implica dei doveri: la clientela deve essere soddisfatta anche se i soldi utilizzati sono quelli del prestito gentilmente concesso dallo schiavo-segretario; le donazioni, le elargizioni, il sistema dell’evergetismo legato ai singoli step della carriera politica deve essere rispettato e anche nel miglior modo possibile: istruttivo è in tal senso, dopo il ritorno di Cesare dalla provincia spagnola, il racconto dei preparativi per un trionfo che non si celebrerà mai e su cui pesa, incombente, il paragone col trionfo di Pompeo, eroe dell'Asia. Le manovre, i silenzi, le disponibilità dei partiti (se il Senato o i democratici non importa), devono essere comprati. Brecht svela il paradosso per cui Cesare, uomo costantemente perseguitato da debiti e creditori, disposto a vendersi nelle diverse circostanze a seconda delle sue necessità, riesca a imporsi nella scena politica anche in virtù di questa sua situazione apparentemente precaria. La chiosa di Spicro (nella cornice principale del racconto) è a proposito eloquente:

«In politica, le cose si svolgono esattamente come nel mondo degli affari. I debiti piccoli non sono una raccomandazione; ma debiti grandi, qui le cose cambiano. Un uomo che abbia debiti grossi gode di considerazione. Per i suoi debiti non è solo lui a tremare, tremano anche i creditori». 

Il carattere privato del diario, però, accoglie anche un aspetto più umano del suo autore: l’amore di Raro per Cebione non è un pretesto per parlare dell’indifferenza dei romani agli amori etero o omossessuali, quanto piuttosto lo spiraglio per entrare dentro la Roma dei poveri, la Roma dei disoccupati, la Roma di chi non ha pane. La città della plebe è fatta di artigiani e piccoli lavoratori che non hanno lavoro perché la quantità di schiavi provenienti dall’Asia del vincitore Pompeo li fa sostituire in numero sempre maggiore; il grande latifondo – si pensi al tratteggio dell’avido Crasso – impedisce alle piccole aziende agricole di sopravvivere e la questione agraria, che la classe dirigente non ha intenzione, in fondo, di toccare, appare nella vicenda con tutta la sua drammaticità. La distribuzione straordinaria del grano è solo una tattica demagogica, non una soluzione. Cebione, con la sua scelta di arruolarsi tra i seguaci di Catilina, ci permetterà di entrare, insieme a Raro, fin dentro al campo pistoiese che ne vide la definitiva disfatta nel gennaio del 63 d. C.

Consigli
È vero: la democrazia (!) romana o la democrazia greca non sono la nostra democrazia (per fortuna? Purtroppo?): attualizzare il testo potrebbe essere rischioso. È vero: senza un poco di nozioni storiche si rischia di fraintendere alcuni nodi della vicenda e, trasmutandoli oggi, pasticciare nei particolari. È vero: Catone ubriacone è una trovata geniale carica di sarcasmo, non certo un ritratto storico con valore oggettivo. Ma forse non è vero che la guerra fatta da lontano, scelta da chi è al potere per soddisfare anche tornaconti personali, è un rimedio per i problemi nel territorio vicino? Ma forse non è vero, ancora, che le necessità della plebe (per carità: quella di Roma, la unica e sola. L’altra non pare contare), sono solo secondarie rispetto a dinamiche di potere complesse e non certo universali? Ecco che mischio di nuovo, in maniera ingiustificata, i piani. Sarà che guardare House of cards non mi fa bene, ma mentre leggevo Brecht, mutatis mudandis, pensavo a Kevin Spacey nella sala ovale. E pensavo che dopo due anni di insegnamento, a scuola, mi ritrovo a ridurre sempre nello stesso schema di causa effettualità l’evenemenziale più disparato.

La city ha perso la partita perché non è stata in grado di far continuare i disordini.

In definitiva: non è una lettura per tutti. Probabilmente neanche per me.


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