mercoledì 12 giugno 2019

Traduzioni: "Es olvido" di Nicanor Parra

Il 23 gennaio 2018 è morto Nicanor Parra. Un paio di anni prima è morto il professore di letteratura latino-americana che ha aperto per me un mondo la cui apertura era facilitata da una predisposizione antecedente qualsiasi obbligo universitario destinato a restare un rifugio, avulso da elucubrazioni scientifiche, privato da analisi meccaniche, oasi intoccabile ed illibata di sano rapporto con il letterario, ormai reso sempre più imposssibile dalla coercizione imposta dalla distorsione tecnica. Nicanor Parra, fratello di quella Violeta di cui la semplicità di accenti quasi archetipica ha saputo rivelare la profondità del sentimento amoroso, ma ben diverso da lei, imbevuto dell'ironia sconcertante e straniante che è l'unico e forse il più eccelso e accorato modo con cui i poeti hanno saputo esprimere il viscerale e sofferto amore per una vita nel fondo impossibile da detenere. Sono molti i nomi che si affastellanno nella mia mente leggendo questa poesia, molte le donne morte cantate come allegorica scusa nei secoli. Tuttavia, non farò altro che lasciare la nuda poesia, aggiungendo che la traduzione, molto scarsa in verità rispetto all'ordine e all'accuratezza ritmica e rimica dell'originale, è avvenuta tardi proprio perché soy una mujer de energía.

La  poesia fa parte della raccolta Poemas y antipoemas, Santiago del Chile, Nacimiento, 1954, da cui è tratta. La traduzione è  mia.


Es olvido

Juro que no recuerdo ni su nombre,
Mas moriré llamándola María,
No por simple capricho de poeta:
Por su aspecto de plaza de provincia.
¡Tiempos aquellos!, yo un espantapájaros,
Ella una joven pálida y sombría.
Al volver una tarde del liceo
Supe de la su muerte inmerecida,
Nueva que me causó tal desengaño
Que derramé una lágrima al oírla.
Una lágrima, sí, ¡quién lo creyera!
Y eso que soy persona de energía.
Si he de conceder crédito a lo dicho
Por la gente que trajo la noticia
Debo creer, sin vacilar un punto,
Que murió con mi nombre en las pupilas,
Hecho que me sorprende, porque nunca
Fué para mí otra cosa que una amiga.
Nunca tuve con ella más que simples
Relaciones de estricta cortesía,
Nada más que palabras y palabras
Y una que otra mención de golondrinas.
La conocí en mi pueblo (de mi pueblo
sólo queda un puñado de cenizas),
Pero jamás vi en ella otro destino
Que el de una joven triste y pensativa.
Tanto fué así que hasta llegué a tratarla
Con el celeste nombre de María,
Circunstancia que prueba claramente
La exactitud central de mi doctrina.
Puede ser que una vez la haya besado,
¡Quién es el que no besa a sus amigas!
Pero tened presente que lo hice
Sin darme cuenta bien de lo que hacía.
No negaré, eso sí, que me gustaba
Su inmaterial y vaga compañía
Que era como el espíritu sereno
Que a las flores domésticas anima.
Yo no puedo ocultar de ningún modo
La importancia que tuvo su sonrisa
Ni desvirtuar el favorable influjo
Que hasta en las mismas piedras ejercía.
Agreguemos, aun, que de la noche
Fueron sus ojos fuente fidedigna.
Mas, a pesar de todo, es necesario
Que comprendan que yo no la quería
Sino con ese vago sentimiento
Con que a un pariente enfermo se designa.
Sin embargo sucede, sin embargo,
Lo que a esta fecha aún me maravilla,
Ese inaudito y singular ejemplo
De morir con mi nombre en las pupilas,
Ella, múltiple rosa inmaculada,
Ella que era una lámpara legítima.
Tiene razón, mucha razón, la gente
Que se pasa quejando noche y día
De que el mundo traidor en que vivimos
Vale menos que rueda detenida:
Mucho más honorable es una tumba,
Vale más una hoja enmohecida,
Nada es verdad, aquí nada perdura,
Ni el color del cristal con que se mira.
Hoy es un día azul de primavera,
Creo que moriré de poesía,
De esa famosa joven melancólica
No recuerdo ni el nombre que tenía.
Sólo sé que pasó por este mundo
Como una paloma fugitiva:
La olvidé sin quererlo, lentamente,
Como todas las cosas de la vida.

***

È oblio


Giuro, non ne ricordo neanche il nome

Ma morirò chiamandola Maria,

Non tanto per capriccio di poeta:

Per il suo aspetto di piazza di provincia.

Che tempi! Io, uno spaventapasseri,

Lei, una giovane pallida e incupita.

Una sera, tornando dal Liceo

Seppi della sua morte immeritata,

Notizia che mi deluse al punto tale

Da versare una lacrima al sentirla.

Una lacrima, sì! E chi lo avrebbe detto!

E ciò perché sono un tipo energico.

Se devo dare credito al racconto

Della gente che dava la notizia,

Crederò, senza tentennamento alcuno,

Che è morta col mio nome dentro le pupille,

Fatto che mi sorprende, perché per me

Non fu mai niente d’altro che un’amica.

Con lei non ebbi altro che rapporti

Semplici e di mera cortesia,

Niente più che parole e altre parole,

Qualche volta intercalandoci una rondine.

La conobbi al mio paese (del mio paese

resta soltanto un pugno di cenere),

Ma non ho visto mai altro destino in lei

Che di una giovane triste e pensierosa.

Fu così tanto vero che arrivai

A darle il celeste nome di Maria,

congiuntura che riprova con chiarezza

la precisione esatta della mia dottrina.

Può darsi anche che io l’abbia baciata,

- Chi è quello che non bacia le sue amiche! -

Però considerate che l’ho fatto

Senza capire bene che facessi.

Non negherò che mi piacesse, questo sì,

La sua vaga e immateriale compagnia

Che era come lo spirito pacifico

Che ai fiori domestici ravviva l’anima.

E non posso occultare in alcun modo

L’importanza che ha avuto il suo sorriso

Né snaturare l’influsso favorevole

Che pure effondeva sulle pietre minime.

Aggiungiamoci poi che della notte

Furono i suoi occhi fonte fededegna.

Ma è necessario che nonostante tutto

Comprendiate che non l’amavo, io,

Se non con lo sfumato sentimento

Con cui un parente infermo si designa.

Senza dubbio, senza dubbio può succedere

Ciò che adesso mi meraviglia ancora,

Questo aneddoto inaudito e strano

Di morire col mio nome dentro le pupille,

Lei, multipla rosa immacolata,

Lei, che era una lampada perfetta.

Ha ragione, ha ragione assai la gente

Che passa giorno e notte lamentandosi

Che il mondo traditore in cui viviamo

Vale meno di una ruota a terra.

Molto più onorevole è una tomba,

Vale di più una foglia bagnaticcia,

Niente è vero, qui non permane niente,

Non il colore del cristallo attraverso cui guardiamo.

Oggi è un giorno azzurro di primavera,

Credo che morirò di poesia,

Della nota giovane della malinconia

Non ricordo più neanche il nome.

So solamente che è passata in questo mondo

Come una colomba fuggitiva:

Senza volerlo l’ho scordata, lentamente,

Come tutte le cose della vita.


Marc Chagall, Ritratto di Vava, 1950

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