L'orizzonte
si prende gioco di noi mescidando in perfetta misura dei soffi
trasparenti che in alto digradano verso un grigio indeciso, in basso
fallisce nella sua evocazione dell'inferno baciando con labbra rosa di
bambina delle colline dense e violacee. A destra, il giallo e l'ocra con
le sue modulate venature di terra, in un saliscendi di rarissime
zebrature. Sotto, l'asfalto. Appoggiata alla ringhiera, un'insolita Medea
medita la più scabrosa delle vendette e non su un marito
impenitentemente indifferente, ma su queste quattro mura che si
stringono fino a stritolare il suo animo, densità delle densità, fatte
di ignoranza. Ma qualcosa deve salvarsi. È necessario che sia così.
Medea sopravvive al suo turpe misfatto, che tale non è, a voler ben
guardarci, a voler ben guardarci è l'inevitabile conseguenza dello
straripamento dei sensi, della ragione, delle facoltà, è l'accecamento
della hybris, è l'unico, immensamente triste, appagamento.
Suonano
lentamente le campane della chiesa, isolata e corposa nella sua massa
arcaica al limite del pendio, oltre la quale bisogna solo indovinare cosa c'è e
il grigio è sempre meno grigio e le labbra della bambina si tingono a
festa per baciare le stelle della notte. Un unico tocco, il tonfo di un
gigante che s'inginocchia malauguratamente per non perdere l'equilibrio a
causa di un'inaspetatta caduta, e le luci si accendono, ma sono misera
ed artificiale cosa ripstto all'effetto da pittura rothkiana che il
cielo offre.
E Medea guarda l'asfalto giù dalla ringhiera e pensa che due piani non sono poi troppi.
Ma non
è per Giasone che lo farebbe, non è per l'amore. E allora che senso
avrebbe finirla per vendicarsi di un ente totalmente impermeabile al suo
esserci?
E le
case stanno trascolorandosi per l'aria che ormai inizia a raffreddarsi e
si accumulano solo note di tristezza su questi tetti, lacrime di sorda
disperazione su questi luoghi, su questa vita che ha sempre avuto
un'altro sapore, il felice appagamento del 'non-ultra', il gusto
acre della genuina cattiveria, di lingue troppo disimpegnate a veicolare
il ragionamento, complici di bocche aperte sulu ppi fari sputazza, del
seme che feconda e genera, degli incanutimenti lenti. E allora resta la
nostalgia. L'algos, il dolore dei greci, ed è sul serio un 'dolore per il
ritorno' questo: per il ritorno di giorni che non ci saranno più, di
mani che non toccheranno più, di occhi che non guarderanno più, del
cuore che resterà mutilo per sempre perchè è rimbalzato di tetto in
tetto da lassù in cima alla montagna impertinente, fino alla valle
desertica giù da basso.
Perdere.
Ma
fossero solo i colori e le case e gli occhi e le mani e la voce, la
voce fremente, la voce corrucciata, la voce indivisibile da un'infinita
litania di violino arrancato, fossero solo gli aghi e le lingue e le
bestemmie e le confusioni e l'omertà dei rapporti. Tutto è molto di più.
Ma molto più indegno, talvolta. Come se il male avesse zittito il bene.
Medea stacca il suo corpo dalla ringhiera arruginita: niente di quello che ha visto
merita il grande sentimento della vendetta.
merita il grande sentimento della vendetta.
(Sicilia, agosto 2008)
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