LETTERE di
Wolfgang Amadeus Mozart
TITOLO
ORIGINALE: Briefe
ANNO: 2001
(1a ed); 2010 (nuova edizione)
EDIZIONE: Guanda
INTRODUZIONE:
Enzo Siciliano, NOTA INTRODUTTIVA E
CURA: Elisa Ranucci
Ci si sente colpevoli delle proprie passioni, quando
si ha in mano un libro con delle lettere, resti di un epistolario selezionato
nei secoli per noi lettori innanzitutto dal caso e solo secondariamente
dall’equilibrio precario in cui cercano di uniformarsi i dettami dell’editore col
gusto del curatore dell’antologia. Ci si sente colpevoli quando, a fronte di un
portafogli perennemente vuoto – il costo non eccessivo di € 17,50 in quarta di
copertina può essere castrante per l’economia di uno studente costretto a
scegliere come spendere gli ultimi venti euro – si sale sullo scalino di legno
della libreria del corso solo per sfogliare qualche pagina di un libro sul beniamino che ci
accompagna nei momenti più inaspettatamente preziosi, nel bene o nel male,
della nostra esistenza. Ci si sente colpevoli se – non ce ne vogliano gli
allestitori di questo ottimo libriccino – gli impegni scartafaccieschi della
vita hanno confinato la lettura a lunghe ore di treno (ma mai ore furono più
proficuamente sottratte al paesaggio del regionale infinito) e ad estemporanee
visite di cortesia all’amico rivestito di bianca porcellana. Ci si sente
colpevoli, ecco, soprattutto se è la prima volta. E non perché l’abbiamo letto
nei ritagli non tanto ritagliati o perché lo abbiamo spulciato per circa un
anno dallo scaffale della libreria (in cui si trovava sempre seminascosto e non
per dolo), ma perché ci siamo insinuati, lì dentro. Forse è un eccesso di
sedimentato puritanesimo che si trova nel nostro inconscio. Amiamo l’autore
per quello che ha saputo donare a un’umanità sempre in cerca di un trascendere
che è innanzitutto fisico, anche se impalpabile e limitatamente eterno, lo
ammiriamo per le emozioni che ci dona, suo malgrado e a distanza di tempo – una
distanza che non aveva previsto la registrazione rumorosa e disturbata che del
primo movimento della superdiffusaalivellodijngle Eine kleine Nachtmusik si sarebbe profusa nell’atmosfera da
hard-discount della cabina dei voli Ryanair, nel complicato e reiterato momento
in cui le valigie da riporre sulla cappelliera, nonostante i controlli nazisti,
sono sempre il quintuplo dei posti adibiti alla loro sistemazione e alle
hostess inizia a colare il trucco sulle guance a causa del sudore da
sovraffollamento massico, mentre l’aria da sorriso di carta viene sostituita
dal ghignesco irascibile di chi sta per esplodere – ammiriamo, si diceva, in
definitiva e classicamente, il connubio tra genio naturale (questo sì
dell’uomo) e la sua proficua applicazione (costata magari litri di olio di gomito) nell’arte. Ci sono
ragioni personali a volte, il gusto soggettivo da cui non si può prescindere
che non nasce educato aprioristicamente. Ci colpisce, lui, quella volta, a
volte per sempre, a volte no. A volte per sempre.
Viviamo in un’epoca in cui l’etica si sta automodificando
al ritmo del profondo cambiamento cui la nostra vita ostentata sui riflettori
spesso fasulli del web ci trascina, o forse più lentamente rispetto alla
fortuna dell’attimo vuoto. Chiunque abbia un account facebook, twitter, google+
o qualunque di sti cazzi di social network che ce n’è a migliaia, si scopre la
maggior parte del tempo a guardare se tizio porta ancora la fede al dito, se
caio si è tagliato i capelli, se quel cornuto del suo paese d’origine che non
vede da dieci anni è ancora cornuto e felice, e poi passa all’amante, che è
amico dell’amico e quindi si può anche dare un’occhiata alle suo foto (il
coglione ‘non ha la praivacy!’), e poi c’è la zia del cugino e quel tizio con
gli occhiali che m’ha fatto fumare, anche se ci ho scambiato tre parole e per
di più il volume della musica di merda era pure alto e a stento mi
ricordo come
si chiama lo aggiungo e questo che farà nella vita, ma dov’è, a scuola lo
odiavo e poi… Poi sono passate due ore, due ore dal punto esatto in cui volevi
staccare momentaneamente dalle questioni filologiche sopra le rime di uno sfigato
medievale e ti sei ritrovato ad esser naufragato, sebbene ci sia da
riconoscere una diffusissima e democraticissima ironia digitale sui tempi che
corrono, in un mare dimerda virtuale. Però, alla fine, quel che si spulcia, quel che si
vede, è perché si può. Non importa se dovevo lavorare e invece sono stato a
guardare il culo di Sasha Grey sulla bacheca del grande masturbatore di turno:
conta che io posso vedere la roba che il diretto
interessato ha di sua spontanea
volontà messò lì, scegliendo anche chi poteva e chi non poteva trastullarci
la propria lussuria voyeurista.
ricordo come
si chiama lo aggiungo e questo che farà nella vita, ma dov’è, a scuola lo
odiavo e poi… Poi sono passate due ore, due ore dal punto esatto in cui volevi
staccare momentaneamente dalle questioni filologiche sopra le rime di uno sfigato
medievale e ti sei ritrovato ad esser naufragato, sebbene ci sia da
riconoscere una diffusissima e democraticissima ironia digitale sui tempi che
corrono, in un mare dimerda virtuale. Però, alla fine, quel che si spulcia, quel che si
vede, è perché si può. Non importa se dovevo lavorare e invece sono stato a
guardare il culo di Sasha Grey sulla bacheca del grande masturbatore di turno:
conta che io posso vedere la roba che il diretto
interessato ha di sua spontanea
volontà messò lì, scegliendo anche chi poteva e chi non poteva trastullarci
la propria lussuria voyeurista.
Ma il povero Mozart s’immaginava che ‘per capire
l’uomo’ ci dovevamo leggere le lettere in cui parlava delle sue voglie
sessuali, che prendono legittimamente il sopravvento sui pudichi buoni propositi di qualsiasi marito
lontano dalla moglie per ben tre settimane, oppure le sue continue richieste di
denaro al Pucheberg (che possono risollevare l’animo dei poveri sfigati
letterati come la sottoscritta)? Ecco, sarà un limite personale, un insulso ed
ingiustificato senso di colpa a posteriori, ma non tutto quello che viene
penetrato dall’occhio del lettore (in questo caso anche ascoltatore)
dovrebbe essere sottoposto a questa violazione. Ma questo è un problema inevitabile di tutti gli epistolari. C’è da dire però che chi
compra questo libro, e io personalmente andavo a toccarlo con la bava alla
bocca ogni volta che entravo in libreria perché non avevo mai quegli insulsi
diciassette euro, lo compra essenzialmente per sfamare quell’insaziabile fame
di Mozart, e poi per altre e collaterali ragioni tutte gerarchicamente
inferiori a diversi livelli. Riassumibili, queste ragioni, nella voglia di
sapere tutto ciò che c’è da sapere sul musicista in questione, ma anche – e
questo emerge con chiarezza – per toccare nel momento del suo costituirsi la
carriera di un artista del Settecento, la sua parabola di musicista prima che
di uomo, uomo come tutti gli uomini a
parte il genio e l’estro e, soprattutto, per sondare la relazione tra l’atto
creativo e il momento in cui si fa storia, i retroscena di un divertimento, di
una sonata, di un concerto.
Questa non è e non può essere una recensione. Per ragioni costitutive
e ineliminabili quell’ironia che per i filosofi postromantici fondava la
possibilità di fare critica nell’intima dialettica del superamento e
dell’attualizzazione è qui impraticabile. Non c’è distanza tra chi scrive e
l’oggetto, per un eccesso accecante e controproducente di affezione.
Il libro
Il libro è una selezione di lettere (nel 2001,
all’epoca della prima edizione, l’intero epistolario mozartiano era disponibile
nella sola edizione tedesca) del musicista, orientata a «metterne in evidenza
la polimorficità» (Nota introduttiva,
p.18), ma con una concentrazione soprattutto degli anni 1777-78 e 1781-83, dal
momento che la linea di fondo che ne attraversa il maggior numero è la
possibilità, cara alla critica freudofila che vede complessi edipici anche in
un lapsus calami, di scandagliare il
rapporto tra Leopold e Wolfgang Amadé (come amava chiamarsi dall’epoca dei suoi
viaggi in Italia)
Nell’accattivante Introduzione Siciliano ci apre al mondo di Mozart con leggerezza,
ma allo stesso tempo con grande coinvolgimento. Fondendo dati biografici e dati
prelevati dalle lettere mette insieme una presentazione non superficiale per
quello che s’incontrerà nelle pagine a seguire. Certo, la domanda di fondo,
ovvero chi fosse veramente Mozart, è destinata a restare senza una risposta,
soprattutto quando, per rispondere, ci si voglia affidare alle lettere,
polimorfiche appunto, di un uomo del XVIII secolo, vivente in un’epoca dove ancora –
e le lettere di Mozart non fanno eccezione – si continuava a costruire sopra le
regole dell’ars dictandi un resoconto
in cui la sincerità sentimentale aveva poco spazio (almeno se si eccettuano, per
alcuni aspetti, le lettere alla cugina Tekla o alla moglie Costanze). E poi, si
dica chiaramente senza sentirsi pirandelliani o incomodi per l’affermazione,
acchiappare l’essenza di un uomo, di cui conta la musica, dalle sue lettere è
impossibile, se non nella misura in cui queste diventino stimoli per la
ricostruzione pur sempre, alla fine, fantasiosa, che ci possiamo fare di lui:
Certo: – tra la musica di Mozart e tutta
intera la vita di lui c’è una voragine che non si colma, un divario. Nelle
lettere questo divario è esplicito; tra esse, neppure quella più tessuta di
giocoso lessico familiare può venire scambiata per un musikalischer Spaß. Mozart dice in musica cose che la sua mente
e il suo cuore ignorano, ma ad essi tutt’altro che estranee.
A seguire è la Nota
Introduttiva della curatrice Elisa Ranucci, in cui si giustificano le
scelte orientandole soprattutto sulla questione padre-figlio che è fondamentale
per comprendere ambiguità non detti e detti mascherati dietro le lettere del
musicista, ma dove si sottolineano anche le radici etnoantropologiche, anzi
familiari, del gioco di parole e col linguaggio, specialmente in senso
scatologico. La tradizione della bassa Germania e una provenienza schiettamente
borghese – oltre che, in misura minore, una propensione ludica tutta personale
– stanno dietro ai frequenti scherzi con sorella, madre e cugina e non certo
l’irriverenza di un piccolo porcello, come potrebbe pensare l’avventuriero
spettatore del pur bellissimo film di Formaš (da cui certo non si pretenderà
verità storica). Segue una doverosa biografia e, alla fine del libro e in
ordine: le note alle singole lettere;
un utilissimo Indice dei nomi e un
ancor più utile Indice delle Opere di
Mozart citate nelle lettere.
Nel mezzo, le lettere. Un trionfo di lingua –
parti originali in italiano (lingua dell’amore non a caso scelta da Mozart per
la sua dichiarazione a Aloisa Weber), francesismi (alcune delle lettere a
Costanze, tra le ultime, sono in francese) e anglicismi, un tedesco bavarese le
cui intraducibili risorse anfibologiche sono spesso spiegate in nota – e un
trionfo di stile – dalle poesie ai giochi di parola, alle lettere serie al
padre o, in ultimo a Puchberg – che non raramente si sposano e si scontrano in
righe vicine. A partire dalle impressioni suscitate nel piccolo Wolfgang
durante i primi viaggi, come ad esempio dal passaggio nella città partenopea,
in cui l'occhio innocente nota il germe del compromesso ancora in atto tra stato e delinquenza:
[…] Napoli è bella, ma c’è tanto volgo, come
a Vienna e a Parigi. E quanto a insolenza del volgo, non so se Napoli superi
addirittura Londra, visto che qui il volgo, i laceroni, hanno il loro capo, che riceve ogni mese dal re 25 ducati
d’argento solo per mantenere l’ordine tra
questi laceroni. (Napoli, 19 maggio, 1770),
si seguono le orme di un rapporto sempre più
conflittuale con Salisburgo e con il padre, e il sospetto del possibile senso
di colpa che quest’ultimo poteva suscitare nel figlio con parole non rare nei loro scambi:
Abbiamo tentato tutto il possibile per fare
più felice te e noi con te e per costruire una base solida alla tua vocazione;
ma il destino non ha voluto che conseguissimo il nostro scopo. […] E sai anche
che ho 700 fiorini di debiti e che con le mie entrate mensili non so proprio
come farò a mantenere me, la mamma e tua sorella, visto che per tutta la mia
vita non potrò sperare di ottenere dal principe neppure un centesimo di più. È
dunque chiaro come il sole che la sorte dei tuoi vecchi genitori e della tua
buona sorella che ti ama con tutto il cuore è unicamente nelle tue mani (Salisburgo,
5 Febbraio 1778).
La rottura con Colloredo e le dinamiche di
clientelismo necessarie per farsi spazio nel grande mondo in cui la musica è
arte e la possibilità di praticarla subordinata al potere, la felicità per la messa in scena di un’opera
(comporne una era la massima gioia per Mozart), le continue delusioni per le
aspettative non esaudite. L’amore, anche, e l’ingenuità del musicista, nonché i
suoi problemi di soldi e di pigrizia (ci vogliono almeno tre sollecitazioni
epistolari prima che riesca a mandare da Vienna dei nastri alla sorella
Nannerl), le impressioni suscitate dai colleghi, le insofferenze, il desiderio
di rivalsa. Soprattutto conta la possibilità di toccare con mano l’occasione e
il perché di certi pezzi, di certe scelte. Su tutte, si vedano le ragioni
prettamente neoclassiche che hanno portato alla composizione dell’aria Wer ein Liebchen hat gefunden per Osmino
in K 384 Die Entfhürung aus dem Serrail:
Il
passaggio “Dum beim Barte des Propheten”, ecc. è nello stesso tempo, ma con
note più celeri, e poiché la sua collera cresce sempre più, l’allegro assai,
tutto in un altro tempo e in un altro tono, quando si pensa che l’aria stia per
finire, dovrebbe produrre il miglior effetto. Un uomo in preda a una collera
tanto violenta oltrepassa ogni norma, ogni misura, ogni limite, non è più in sé
e allora anche la musica non deve essere più in sé. Ma poiché le passioni,
violente o no, non devono mai essere espresse fino al punto da suscitare
disgusto e la musica, anche nella situazione più terribile, non deve mai
offendere l'orecchio, ma piuttosto dilettarlo e restare pur sempre musica, non
ho scelto un tono lontano a quello di fa, che è il tono dell'aria, ma uno più
prossimo; non pero quello più vicino, re minore, ma quello più lontano, la
minore. (Vienna, 26 settembre 1781, Al padre)
Aggiungere ulteriori citazioni potrebbe smorzare
la curiosità della lettura diretta, che vale la pena affrontare. La solitudine
dell’unico, infine, è quella di ognuno:
Non so spiegarti le mie sensazioni, è una
specie di vuoto che mi fa proprio male, un desiderio che non viene mai appagato
e quindi non si placa mai; è incessante e cresce di giorno in giorno […].
Nemmeno il mio lavoro mi dà gioia, perché ero abituato a interrompermi ogni
tanto e scambiare qualche parola con te, e ora purtroppo è un piacere diventato
impossibile. (Vienna, 7 luglio 1791, Alla
moglie).


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