Quando vivevo a Santiago de Compostela mi piaceva andare a visitare il CGAC, muovermi tra le istallazioni, fare capolino tra le incomprensibili parole dell'arte concettuale, fermarmi perplessa di fronte a due vasi di pietra grezza uniti da un arco di legno/bronzo, che finiva e cominciava in due pozzanghere di colore verde e arancio rispettivamente, contenute nei vasi stessi, perché non capivo che cazzo significassero (e non l'ho capito neppure quando l'opera mi si è ripresentata, a distanza di un anno, al museo di arte del novecento di Milano). Mi piaceva l'asettica stanza bianca col banco dell'accoglienza dove lasciavi l'ombrello e ritiravi l'economico biglietto, ed entrare per la piccola fessura scura in quel mare di bianco per iniziare a girovagare tra le stanze dell'edificio. Un giorno però, non ricordo quale, un oggetto largo ed importante si stagliava sul pavimento bianco e, circondato dal chiarore delle pareti su cui rimbalzava la luce proveniente da fuori che, seppure fievole, si accresceva nel trionfo del grigio perlaceo laterale, catalizzava l'attenzione dello sguardo e la direzione del movimento dei piedi verso la sua maestosità. Non si capiva cosa fosse. Quando, dopo averci girato attorno, ho visto che quel trapezio nero di lato non era ferro ma in realtà una lama, ho realizzato. Una ghigliottina si stendeva obliquamente nella sala, gettando sui visitatori una voluttuosa e allo stesso tempo sconcertante fascinazione, come una maya desnuda dai tentacolari ed archetipici mutismi. Ho pensato alla gente decapitata, all'arte e, inevitabilmente, alla bellezza incommensurabile dell'orrido.
(seppure oggi non condivida parte delle cose che allora ho scritto, lascio tutto immutato per devozione alla storia dell'evento).
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| La ghigliottina di cui sopra, l'unica cosa che allora ho fotografato |
Ritorno del dandismo è una pseudo realtà alla cui possibile realizzazione
non avevo pensato ed ora mi viene il dubbio che distinguere qualcosa che sia
puramente necessario dal punto di vista culturale, circondati come siamo dalla
multi dimensione umana, virtuale, cognitiva – quest’ultima però in senso
negativo per lo più – è difficile. Ma andiamo avanti, partendo da alcune
considerazioni che rendono inevitabile l’appiglio a quel poeta maledettamente
scolpito sulle soglie marmoree della modernità che è Baudelaire e questa
etichetta di dandy ormai inobliabile. Prima di lui il dandy non era
semplicemente, dopo di lui miriadi di riflessioni critiche e di epigoni vari ed
eventuali, nostalgici di uno smarrimento fanciullesco di fronte al sopravvento
di un mutamento inevitabile. Il dandy che cerca l’estetico nel mondo
superficiale di immagini senza spessore, di una folla che si inghiotte da sola,
che consapevolmente sfrutta la folla per ergersi sopra di essa, per eclettismo,
per una ragione di vita e di arte fuse in unisono indistricabile. La necessità,
oggi, di leggere le riflessioni baudeleriane s’impone per quello che è il
superamento in atto di una supina accettazione della morte dell’autore,
dell’annacquamento delle sensazioni, della passività che si fregia d’ironia
rispetto al dato di fatto flebile. Che può significare quindi, il ritorno al
dandismo oggi? È difficile dirlo, poiché si potrebbe inciampare nell’ipotesi di
trovarsi di fronte all’ennesimo pastiche postmodernista.
Errore, o meglio, mezzo errore. Il passato non ci scivola addosso come pioggia
leggera su un’impermeabile si ultima generazione, qualcosa dietro di sé lascia
sempre e in questo senso si può giustificare la riproposta del brillo
serigrafico di Warhol in mezzo a nostalgie oldemberghiane. Nostalgia è una
parola non estranea al linguaggio postmodernista e ancora inciampiamo sullo
stesso ostacolo onnipresente, camminando incautamente su questo suolo in cui
troppa cera è stata abbondantemente passata per troppo tempo, ma ecco, ci
rialziamo e ritorniamo al punto. Il dandismo, il dandy, il flaneur che gira per le strade straripanti modernità alla ricerca
del bello nell’orrido. O alla consacrazione della propria persona in un manto
di celebrità eclettica. Eppure, l’estetica del pittore moderno non può rivelarsi l’ennesimo pastiche ironico, se
lo vediamo, come questo è il caso, consacrato ad una realtà che non si nasconde
e che urge richiamare all’attenzione e consacrarsi in un’opera d’arte che può
essere un’ironica installazione, come ….
di Monet ridotto a una scatola di puzzle con un collage in bianco e nero di
chissà che presentatore americano, mentre intorno bruciano ritratti tra
l’espressionista e il neorealista che hanno scelto un soggetto. Quel soggetto è
l’uomo contemporaneo, il trans (attenzione non la vittima né l’emarginato, tatuato,
pieno di piercing, nudo o in calzamaglia rosso nera, con la sciarpa del
Manchester e lo sguardo attonito e stralunato di chi si è fatto un acido o
semplicemente ha visto la sua squadra perdere alla finale di champion). L’urgenza
è di ritornare alla realtà e ce lo dimostrano le nuove correnti critiche e
filosofiche, oseremmo dire letterarie se la letteratura non si trovasse ferita
in mezzo alle sterpaglie in attesa si soccorsi sempre più lontani ad arrivare,
coperta da foglie sporche che si mimetizzano con la sua faccia impiastricciata:
non si può restare fermi di fronte al nichilismo, al decostruttivismo,
all’impossibilità ontologica. Il mondo intorno a noi è il parossismo di questa
accettazione annichilente, di questo miscuglio insensato e precipitoso di
culture e lingue, laddove il problema non consiste nella ri-creazione di una
nuova e terribile babele, ma nel fatto che la torre è costruita con mattoni di
denaro, e non d’argilla.
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| G. Boldrini, Ritratto di Robert de Montesquiou, 1897 |
Pensare al dandy mi fa sorridere di alcuni personaggi che ho intravisto
nella mia breve vita, di uno in particolare, rispetto al quale, prima di oggi,
provavo risentimento. Forse proprio perché non capivo, ora prevale il sorriso.
Un provincialotto siciliano va in toscana all’università coi suoi guanti di
leprotto, i suoi impeccabili vestiti di lino in estate, di velluto in inverno,
un giaccone alla dottor žvago e un linguaggio saccheggiato dai poemi eroici e
epici dei secoli XVI e XVII, molto fuori moda e molto svuotati del proprio
contenuto di verità. Quest’uomo, questo ragazzo che disprezzava con un tono da
predicatore bigotto avvezzo al cilicio la propria terra d’origine, senza
capirla, o cercare di farlo, quest’uomo che declamava versi del tasso e citava
l’alfieri nei frangenti quotidiani, ignorando poi il significato di parole
quali onanismo o minzione, quello – viva i poeti maledetti, la sifilide, l’aids
– è l’emblema di una nevrosi postmodernista in atto. Ora si che posso ridere e
piangere pensando a Baudelaire, ai suoi clawn ghigliottinati al cuore durante
lo spettacolo per repentina decisione del pubblico simulacro, ai vecchi
pagliacci messi di lato a morire lentamente nella farsa più grande di un mondo
distratto, penso alla sensibilità di questo poeta raffinato e puttaniere che ha
trovato le allegorie della contraddizione moderna intorno a lui. Ah, tu che ti
atteggi a novello letterato e hai abbandonato i tuoi padri per consacrarti a un
ritratto ritagliato da chissà quale rivista che tieni appiccicato sopra tuo
anacronistico e fasullo orologio da taschino, proprio tu che resti sordo alla
voce della tua terra e allo sviluppo dei fatti più piccoli attorno a te, ti
dichiari letterato, intellettuale, ma quel che è peggio esteta e dandy! Non hai
mai (intel)letto, non hai assorbito nulla della letteratura. Il dandy oggi scrive sui
muri delle città con vernici tossiche, va a ubriacarsi coi suoi amici per la
strada leggendo nella solitudine della sua stanza i pensieri di Gandhi e di
Nietzsche (ah, la vecchia borghesia), frequenta l’università pur considerandola un peso, sa che l’onanismo
lo pratica col suo cazzo in mano e che deve mingere quando la birra gli gonfia
così tanto la vescica che persino deambulare dandianamente per la strada buia –
ma ora dove sono le strade buie, diciamocelo, anche in questo caso, no, sotto i
lampioni giallognoli è più realistico – si rivela un peso enorme per le gambe
abituate a non muoversi, ecco mio caro schizzato nella testa, non sei
intellettuale e non ami il pensiero. Con questo non ti biasimo, figlio dei tuoi
tempi, moriresti come quel famoso clown a sentirti etichettare come io ti
etichetto, ma sei figlio dei tuoi tempi, ignori la tua terra barocca
riposandoti su ottocentesche note verdiane, o caro, non sei un novello
debenedetti, no, tu sei lì, nella tua stramberia, a ricordarci quali parti
deviati ha prodotto il postmoderno. E per questo ti ringrazio. Non si vuole
etichettare negativamente questo movimento ampio che ci ha riguardato e che
continua a riguardarci tutt’ora, in quanto ogni movimento nasce, cresce, si
sviluppa e ci lascia qualcosa in eredità in correlazione cronotopica
necessaria al flusso storico in cui vive. Il dandismo oggi va a cercare il
bello dello squallido e urla più che il fantoccio di munch ma con lo sguardo
fisso al suo spettatore e la bocca ben disegnata su un mondo, dietro, cupo, però
non misterioso come quello che si staglia dietro il sorriso enigmatico – anzi
no, ma chi lo ha detto che è un sorriso enigmatico, se non degli stupidi
speculatori, si tratta di un mezzo sardonico sorriso come ce ne possono essere
miliardi nel mondo, o magari Leonardo voleva dipingerla seria e gli è scappato
il pennello – della signora Lisa. Il dandy per le strade deve fondersi con il
reporter e con il testimone, con chi non naufraga nelle acque putride che
abbiamo ricevuto come lascito, che del lascito cerca di ripescare il buono del
moderno. Senza dimenticarsi del postmoderno. Così quell’uomo, quel ragazzo, può
anche non buttar via gli abiti del suo perenne e stonato travestimento. Chi si
spaccia per letterato può permettersi errori di calcolo.
(Santiago de Compostela, 31 gennaio 2010)


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