venerdì 10 maggio 2013

ERLEBNIS: FILOSOFIA E SCIENZA DI FRONTE A UNA CERVEZA



 A volte fa bene rileggersi. Me lo disse una mia amica che nulla ha a che fare col mondo della scrittura e della lettura se non nella sua veste di media lettrice che adora Fabio Volo e considera i lunghi romanzi alla Tolstoj "una roba illegibile e totalmente inutile" (cit.), ma che, avendo come collega del corpo armato del glorioso esercito italiano un laureato in lettere abbastanza in carta anche con le case editrici, si spingeva per affetto sincero a darmi consigli. In effetti, rileggendo queste impressioni santiaghesi, niente mi si fa più chiaro di quanto ascoltare l'alterità (e non gli alterati) possa essere costruttivo fino allo spasimo e di quanto la scienza possa offrirci, più o meno direttamente, più o meno consciamente, ragioni ermeneutiche e fantasia metafisica (è l'atto stesso dell'ipotesi a declamarla) come cardini di vita e pensiero. Adesso capisco cosa vuol dire la sfida all'impossibilità fisica degli informatici di superare la microparticella che permette la binarietà verso un nucleare sfruttabile solo in modo non predittivo ma probabilistico, la barriera fisica del componente minimo oltre il quale si staglia il quanto, e con lui un altro mondo, altre leggi e altre possibilità. Adesso capisco cosa vuol dire la conferma del bosone di Higgs. Meno capisco colui il quale considera superiore l'europeo che, armato di Bibbia gesuitica e proveniente da un Impero in cui le casse regie iniziano a relcmare argento, stermina gli indigeni di quello che poi sarebbe diventato paese di immigrati italiani e galeghi (sul paradossale esempio: e se degli alieni superiori - voluto è il generico aggettivo, come tale utilizzato in questi casi - venissero a distruggerci in nome della loro supposta - e da loro creduta - superiorità, sarebbe pertanto giusto?): ma qui è la scuola hispano (ibero?) americana che indottrina secondo i suoi desideri. Il fatto è storico, pedagogico, culturale.
In definitiva, oggi, sulla base di quelle due scoperte scientifiche appena accennate, la lettura di pensieri risalenti ad appena tre anni fa risulta obsoleta.

Odio il diarismo e odio il blog utilizzato come un diario spiattellante i propri cazzi al mondo che ci passa, per caso o meno. Tuttavia copio e incollo, e "bbafangulu" (cit.).

Una volta due occhi celesti su un viso bianchissimo, ancora più insolito perché di giovane quasi uomo, mi raccontava delle leggi della relatività generale e ristretta: avevamo già parlato delle stelle, un’altra volta, della teoria del romanzo del novecento di Debenedetti, dei quanti, delle probabilità nella fisica meccanicistica (lui poi mi ha detto di non ricordare, sarà colpa delle canne che gli hanno ucciso proprio i neuroni adibiti a quel ricordo). Se una buona dose d’attenzione stupita era in questi ultimi casi puro interesse per un mondo che fino a quel momento mi era stato precluso solo perché non me l’avevano saputo proporre con la grazia necessaria al mio cervello un po’ impigrito scientificamente, adesso la calma di quella voce e l’amore di quei gesti mi aprivano al meraviglioso mondo della fisica. Per quanto riguarda Einstein, lo ammetto, ho riutilizzato una tattica da corteggiamento che già a suo tempo aveva avuto successo: in quel caso era il teorema di non mi ricordo chi, penso di Euclide, ora era la relatività, in entrambi i casi lo scopo era stare appiccicata alla mia preda per farla capitolare ancor di più. Non so se il nostro inconscio agisce per compensazioni, e noi non ce ne rendiamo molto conto, però il fatto che qui io mi circondi di fisici, a parte la casualità che ha voluto che io mi legassi così strettamente a una fisica, può voler dire due cose, ovvero, o che sento troppo la mancanza di quegli occhi celesti e delle sue parole per me sempre interessanti o che la fisica è qualcosa che io in fondo amo veramente, benché non ne capisca un accidenti di leggi matematiche. Forse sono entrambe le cose assieme, ma in verità, avrò qualche problema costituzionale, amo l’arte, amo sopra tutto la letteratura, ma il mio stimolo costante in questo periodo della mia vita è la fisica, condita dal giusto rapporto di riflessione filosofica indotta. Fisica e filosofia, come le vedo bene insieme! Odio i filosofi che considerano la filosofia superiore alla scienza, che mettono l’accento sulla fisicità dell’uomo e dalla sua vita nel corpo e poi screditano la scienza e i suoi portati, anche tecnologici. Amo la voce della mia amica, la quale afferma, più volte, di non aver mai considerato la scienza superiore a nient’altro (accento extremeño ‘yo nunca ette lo he pensao’), benché allo stesso modo che se fossi stata veneta avrei potuto esser leghista, penso che la scienza qualche punto in più ce l’ha sul pensiero ruotante attorno ai suoi stessi problemi (qui aprire una parentesi chiarificatrice sarebbe doveroso, visto che alla fine il problema ultimo è solo e pur sempre l’uomo, ma lasciamo stare), mentre un cantato accento argentino ricorda che la prima materia che dovette sostenere al suo corso di fisica, in patria, era proprio un esame di filosofia. Meraviglioso. Il ritorno a Talete. Meraviglioso.
Prima che i miei occhi si vendichino della violenza a cui li sto sottoponendo ignorando la loro voglia di chiudersi e basta, solo voglio ricordare alcune cose, come promemoria: il ph nel test di gravidanza, l’esperimento fatto in casa del buco nel cartone e il raggio laser, lo spin dell’elettrone che può travalicare la binarietà 0-1, proprio quella che sta alla base dell’odierna tecnologia informatica, per sfruttare, in quello che è la magnetoresistenza gigante, un’eventuale stato intermedio di spin nell’avvicinamento degli stessi, e poi quell’esame per cui una donna aveva l’umana paura del liquido che le veniva iniettato nel corpo analizzato fisicamente (PET) e ancora la dipolarità del cuore, il fotone e il suo comportamento di onda ante-litteram, il muone e i suoi 2 microsecondi di vita che confermarono una volta di più la genialità einsteiniana, le particelle che tra poco non potranno più essere scisse oltre.
E un argentino che vede la conquista española dell’america latina come un fatto necessario dato che gli indios erano arretrati e il paragone  è inevitabile, ragionando per assurdo, tra noi e quelli, come se degli alieni venissero a colonizzarci tutti e spedirci i punti differenti dell’universo (arrivando fin qui sicuro che sarebbero più sviluppati ossi apiù ‘civilizzati’) schiavizzandoci, e noi pensassimo che sì, va bene, tanto visto che la loro civiltà è superiore alla nostra che tutto quello che abbiamo raggiunto sia cancellato pure nel giro di poche generazioni.
Glielo avrei detto, ma li per li non ci ho pensato, che anche Einstein e Planck andavano così a farsi benedire.
Ma in fondo, va bene.

Per il resto, anche Bergson può essere considerato einstaniano: il tempo lontano da quegli occhi celesti si dilata fino all’impossibilità della sopportazione.

[...] Qu’el corazón desusado,
de sufrir pen’o tormento,
si no sobra ’ntendimiento,
cualquier pequeño cuidado
le cautiv’el sufrimiento.

 Jorge de Montemayor, La Diana, libro II

(Santiago de Compostela, 2 maggio 2010)

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