O CINCO: VITE - PRAZA GALIZA - A ROCHA
Fuori
la città sotto la pioggia, meno forte della notte appena trascorsa.
Sull’autobus
giallo una bambina bionda, coi suoi grandi occhi celesti lascia dietro di sé, sul grigio anonimo della passerella, una scia di
dolcezza che dura un attimo, chissà chi la accompagna. Anziani salgono sul mezzo, è l’ora
in cui i nonni ritirano i propri nipoti dalla scuola, in quelle piccole perle
di felicità di una meritata monotonia da pensionati e per la gioia momentanea dei troppo affannati - nella migliore delle ipotesi per ragioni di lavoro ma più probabilmente di tapas - genitori. Davanti a me si siede
impacciata una bambina abbastanza grossa per l’età che dovrebbe avere e, a fianco, suo
nonno, la cui umile apparenza lo rende ancora più piccolo di lei. Si guardano.
Fuori dal finestrino la movimentata città grigia quasi non esiste più. Chiudo gli occhi e quella bambina dai capelli a caschetto castani, le guanciotte rosse e una bocca troppo rossa immortalata in un’apertura di instupidità curiosità, un'espressione quasi archetipica per il suo susseguirsi su morbidi visi infantili, cambia identità e suo nonno non è più suo nonno - in realtà avrebbe potuto sul serio non esserlo, pero basta l'mmaginazione per stabilire che lo sia e per dare a questo fatto uno statuto di verità - è un uomo con lo stesso colore di pelle e un minuscolo neo nello stesso punto, i capelli brizzolati e la fronte ampia, quando chiedo impaziente Nonno posso andare senza mano, e il suo finto sorriso di preoccupazione si rivela per quello che è, una messinscena istantanea ideata per le titubanze della mia ingenuità bambina, solo per aumentare la felicità di un sì che sarebbe comunque arrivato. Cammina col sorriso dei giusti tra il caldo dei semafori palermitani, la camicia azzurrina sempre impeccabilmente stirata, quasi bianca sotto i raggi del sole, i capelli grigi come il fumo che esce dalle marmitte pronte a scattare anche col rosso, cammina col suo mezzo sorriso sardonico che a un tempo inspira gioia e tristezza, quel sorriso che io bevevo la mattina appena alzata tra i sorsi di caffellatte bollente, malizioso se doveva essere complice, tranquillo nei momenti critici, troppo accondiscendente con le furie consanguinee, stampato a fuoco negli ultimi momenti di respiro, fisso per sempre sulla faccia nera della morte.
Fuori dal finestrino la movimentata città grigia quasi non esiste più. Chiudo gli occhi e quella bambina dai capelli a caschetto castani, le guanciotte rosse e una bocca troppo rossa immortalata in un’apertura di instupidità curiosità, un'espressione quasi archetipica per il suo susseguirsi su morbidi visi infantili, cambia identità e suo nonno non è più suo nonno - in realtà avrebbe potuto sul serio non esserlo, pero basta l'mmaginazione per stabilire che lo sia e per dare a questo fatto uno statuto di verità - è un uomo con lo stesso colore di pelle e un minuscolo neo nello stesso punto, i capelli brizzolati e la fronte ampia, quando chiedo impaziente Nonno posso andare senza mano, e il suo finto sorriso di preoccupazione si rivela per quello che è, una messinscena istantanea ideata per le titubanze della mia ingenuità bambina, solo per aumentare la felicità di un sì che sarebbe comunque arrivato. Cammina col sorriso dei giusti tra il caldo dei semafori palermitani, la camicia azzurrina sempre impeccabilmente stirata, quasi bianca sotto i raggi del sole, i capelli grigi come il fumo che esce dalle marmitte pronte a scattare anche col rosso, cammina col suo mezzo sorriso sardonico che a un tempo inspira gioia e tristezza, quel sorriso che io bevevo la mattina appena alzata tra i sorsi di caffellatte bollente, malizioso se doveva essere complice, tranquillo nei momenti critici, troppo accondiscendente con le furie consanguinee, stampato a fuoco negli ultimi momenti di respiro, fisso per sempre sulla faccia nera della morte.
La bambina sull'autobus, lenta e goffa nel suo cappotto bianco,
parla al nonno dei suoi desideri, delle sue cose, in quella lingua dei padri galegos, mentre il vecchio fissa su di lei i suoi tranquilli occhi nocciola, grandi.
Cerco un’appiglio fuori dal finestrino, sui marciapiedi dove gente rada va
non molto di fretta, per sfuggire a quest’affastellamento di ricordi, alle
sensazioni stringenti che si accumulano, sovrapponendosi confusamente mentre fuori
continua a piovere, e mi ritrovo sul 5 giallo, altro non so. Piccoli occhi nocciola,
vi siete chiusi su quella lettiga e nel mio cuore sopra un grigio marmo che
odorava di morte. Quella lingua che col tempo è passata da un’italiano troppo
scolastico a un più intimo siciliano mi ronza nel cervello, perché quelle
ultime parole, poche e inconfondibili, avevano quel suono e quel senso.
Un
gelato o un cioccolato, un fumetto. Un fumetto. Grazie a un semianalfabeta a
quattro anni leggevo.
Il
pesce rosso lo abbiamo pescato per fortuna tra le tante vasche della tenda del Giardino Inglese, luogo in cui il mio disprezzo schivo per gli altri iniziava a manifestarsi. Da grande ho scoperto che il tragitto era breve, anche se per i
passi corti di una bambina si tingeva dei colori di quel sorrriso onnipresente.
E la sua camicia azzurra, quando il cielo era grigio, si vedeva che era
azzurra, e allora poteva capitare di andare a villa sperling e passare vicino a
quei due palazzoni di dodici o diciotto piani, li contavo ogni volta e ogni
volta sadicamente, poiché già il vuoto esercitava su di me una fascinazione
pazza, facevo la stessa domanda, per asssicurarmi che il racconto non fosse
stato una bugia quando lo avevo udito dalle sua voce la prima volta Nonno, ma è
vero che un ragazzo giovane si è butttato dal decimo piano, e ogni volta la
risposta era la breve e disgraziata storia di questa famiglia, chissà come mai
un uomo di più di sessant’anni racconta queste cose a una bambina, forse però
ora sto iniziando a capirlo e a capire quell’ironico sorriso sotto un lenzuolo
bianco.
Ogni
settimana l’arrivo di quel Topolino
riempiva le papille gustative della mia golosità più dei cioccolati kinder, a
dieci anni tutti i denti cariati, più
latte e meno cacao, e quando al posto del vecchio topo è arrivato l’italiano
Tiramolla, uno sfigatissimo stecchino
di caucciù con le proprietà dell’inspettore Gadget, paragone che
impossibilmente avrei potuto fare all’epoca, era il 1990, per la totale
ignoranza del secondo termine di paragone, ero proprio arrabbiata. Nonostante
tutto, c’erano settimane in cui Topolino
si esauriva così rapidamente che Tiramolla
tornava a sostituirlo. Il mio broncio si faceva sempre meno inarcato,
benché non riuscissi a farmi piacere questo coso nero e stupido.
Ho
avuto la febbre una volta e pensavo solo a Barbie Sirena Perla del Mare, poi ho
ringraziato la febbre perché mi aveva permesso di averla senza nessuno sforzo. Ero
a Palermo. Fuori si sentivano le sirene delle ambulanze che squarciavano l’aria
della città mai addormentata. Dormo vicino alle braccia pelose del nonno, che
sta in canottiera, poi le tocco fredde e rigide, non si muovono più. Saranno
passati quindici anni più o meno.
Alla fermata di Plaza de Galizia c’è sempre più
movimento. Cerco volti sconosciuti per distrarmi da quel piccolo nonno e da quella goffa
bambina che ho davanti, vanamente. A volte le lacrime mi cascano giù da sole e
capire se è dolore, se è rassegnazione, se è ammutolimento, se è felicità di
essere quella che sono grazie a un uomo che si addormentava sul banco della portineria che profumava di Vetril di fronte al suo Cronaca vera dalle pagine spiegate, quell'uomo che tiravo, nel mio zelo fanciullo spaventato di enormi ritorsioni, per la manica, non è facile, né é detto che la causa insondabile sia una delle suddette, potrebbero essere tutte o nessuna o altre sensazioni che non
capisco.
Potevamo andare a comprare quel pane caldo di cui
non ho mai più sentito un simile odore di fragranza al sesamo, in nessuna parte
del mondo, potevamo andare da russo a fare la spesa, comprare gli hamburger dal
macellaio dietro via notarbartolo, passare davanti all’albero di falcone per
scrutare i disegni di altri bambini come me (anche allora ero così accidiosa da
non aver scritto nulla).
Sono rimaste delle candele finte a bruciare vicino
a quel corpo rinchiuso in una bara, poggiato su uno pseudo raso azzzurro come
quella camicia di quotidiano lavoro, con un vestito troppo largo, i capelli inaggiustabili
perché non ci sono pettini, quindi, così come la sua dolcezza si aspetta, vedrà
il signore suo dio con qualche pelo all’insù, sono rimaste delle candele finte
a fingere di bruciare, che funzionano a batterie, una mattina di primavera, col
cielo limpido e le rondini tranquille a roteare fuori dalla camera mortuaria e
i suoi squallidi muri arancio, sopra degli alberi ancora senza foglie, solo
qualche germolio qua e là.
Non esistono addii. Non esistono arrivederci.
Nessuno andrà più a raccogliere i cardi, né cuocerà sgombri alla brace, a
quaranta gradi nni dda zotta di ddassutta, sopra la vigna, tra i fichidindia.
Caldo, poi freddo, poi la gelida distesa della
fine ha colorato tutto di viola e le dita che si erano strette forte alle mie
solo qualche ora prima, tra i rantoli della consapevolezza, sono rimaste
piegate e rigide.
Un sorriso sardonico, le labbra strette,
tristemente inarcate in un ghigno di serenità. Ha saputo vivere e io
ora so quel sorriso.
Passando Plaza de Galizia ci sono solo poche
fermate tra me e una casa in cui sono ospite. Poche lacrime. L’eredità che ho
già dentro di me farebbe sfiorire qualsiasi cosa materiale.
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