Il
dialogo con l'Assente, quando diventa vizio e unica forma per dire la
vita, è poi il dialogo con l'Assente degli Assenti, per noi, a
differenza del poeta spagnolo di cui fu l'ossessione, non più l'amata,
ma lui, piuttosto, nella sua sostanza scevra di metafore: il Sogno. Da
anni e secoli è scomparso, ghigliottinato dal coatto carpe diem imposto
da una società che ci risputa in un altrove senza dimensione, che a noi
ce l'ha ucciso sotto gli occhi: il sogno, quello vero, quello nudo,
senza metafore e assente senza resurrezione. Quella che qui, infine,
getta una luce indietro e illumina la morte. E illumina l'umano.
* Testo preso a casaccio ma con correzioni. Tratto da Largo lamento,
opera destinata alla pubblicazione nel 1938, che mai vide la luce se
non attraverso la pubblicazione sciolta dei pezzi che lo componevano,
ma che ora è stato ricostruito dal lavoro filologico. La traduzione è
mia.
MORTE DI UN SOGNO
Mai si comprende un sogno
più di quando si ama una creatura umana
piano, molto piano
e senza molta speranza.
Per te ho saputo io com'era il volto
di un sogno: solo occhi.
Il viso dei sogni
è puro sguardo, avanza dritto,
dice: "Tra tutte te, proprio te scelgo"
come lo dice il raggio o la fortuna.
Un sogno ha scelto me con i suoi occhi
che sempre mi sembreranno i tuoi.
Per te pure ho saputo
come si pettina un sogno.
Con che cura divide i suoi capelli
con un raggio che ricorda
la scia che sopra l'acqua traccia
la luna novizia dell'estate.
La mano mia , o un'ombra della mia mano
o forse neppure un'ombra,
la memoria, solo, della mia mano
non ha mai accarezzato una chioma
così lenta e profonda
come quella del sogno mi hai dato.
Nei capelli, nei capelli del tuo sogno
hanno iniziato ad impigliarsi i miei pensieri
penetrando a poco a poco, in essi
si sono persi con una volontà tale che mai
li vorrò riscattare: questa è la loro gloria.
Che stiano lì, e tu possa dormire
sulle scapigliate
memorie che ti ha lasciato la mia anima
intrecciate alla sua chioma.
Per te ho preso un sogno dalle mani.
Per te la mia mano
di caduca materia
ha toccato le dita,
così tremanti e vacue
come ombre di
pioppi sull’acqua
con le quali un
sogno sfiora il mondo
senza che altri lo
senta
se non appena le
fronti consacrate.
Per te ho preso un
sogno dalle mani
o da quelle che
mani sembrano, ali.
Le ho tenute tra le
mie
un anno, un altro
anno e un altro ancora
come si tengono
quelle di una creatura che se ne andrà via
fingendo che sia
per dirle addio
ma con certa
tenerezza nella stretta
da farla rinunciare
alla sua fuga e il nostro tocco
da addio si
trasforma in benvenuto.
Per te ho appreso
la lingua
tanto corta e
misteriosa dei sogni.
Entrerebbe nel
cristallo
di una goccia
d’acqua.
È fatta di due
lettere i cui tratti
con le sue rette
alludono e le curve
alla coppia di
umani, uomo e donna.
“Sì”, dice. Solo
“sì”.
Mai dicono altro i
sogni.
Ci dicono “Si” o
nella morte si zittiscono.
Per te ho saputo
come camminano i sogni.
Vanno a piedi nudi
e sembrano più alti
ancora.
L’anima che
attraversano rimane
come una riva che
calcò per prima
Venere quando toccò
terra, cedendole
i segni indelebili
del proprio mito:
le impronte degli
dei non si cancellano.
Tra il vasto rumore
dei tacchi
che solcano le
colossali città
a volte le mie
orecchie percepiscono
un lieve rumore
come di foglia secca
o di nuda pianta:
sei tu che ti avvicini
per i celesti viali
solitari,
sei tu che vieni,
dal mio sogno, a me.
Ho saputo per te di che colore
è il sangue di un sogno. Io l’ho visto,
quando tu un giorno gli hai aperto le vene,
scappare dolcemente, senza fretta, come il giorno
più bello d’aprile, che non vorrebbe
morire così presto e si dissangua
piano, triste, ricordando
la gioia della sua vita:
la sua aurora, la mattina, prive di riscatto.
Per te ho assistito, perché lo hai voluto,
alla morte di un sogno.
Muore a poco a poco
come agonizza il campo nel grembo
del crepuscolo, nell'ordine di altezza:
ciò che si trova rasoterra prima,
prima a oscurasi, l’erba.
Poi, nell’albero, le foglie in cima
dove resiste, tremando, la luce
e infine il cielo tutto, sommo.
I sogni iniziano sempre a morire
dai piedi che non vogliono portarli.
Poiché il cielo di un sogno è nei suoi occhi
l’ultima cosa a spegnersi è il suo sguardo.
Ho saputo per te di che colore
è il sangue di un sogno. Io l’ho visto,
quando tu un giorno gli hai aperto le vene,
scappare dolcemente, senza fretta, come il giorno
più bello d’aprile, che non vorrebbe
morire così presto e si dissangua
piano, triste, ricordando
la gioia della sua vita:
la sua aurora, la mattina, prive di riscatto.
Per te ho assistito, perché lo hai voluto,
alla morte di un sogno.
Muore a poco a poco
come agonizza il campo nel grembo
del crepuscolo, nell'ordine di altezza:
ciò che si trova rasoterra prima,
prima a oscurasi, l’erba.
Poi, nell’albero, le foglie in cima
dove resiste, tremando, la luce
e infine il cielo tutto, sommo.
I sogni iniziano sempre a morire
dai piedi che non vogliono portarli.
Poiché il cielo di un sogno è nei suoi occhi
l’ultima cosa a spegnersi è il suo sguardo.
E per te ho visto
ciò che mai avrei visto:
il cadavere di un
sogno.
Lo vedo, quando mi
alzo, giorno dopo giorno, in faccia a me
(il tuo sguardo hai rivolto a un altro viso)
lo sento nelle
mani,
fosse enormi piene della
tua assenza.
Giace: tomba è per
lei il mio petto.
Risuona per me nei
passi,
che vanno, come se
vivi fossero, verso la morte mia.
Ormai conosco l’ultimo segreto:
il cadavere di un
sogno è carne viva,
un uomo in piedi,
che aveva qualcosa come un sogno
e qualcuno glielo
uccise. Vivere finge.
Ma, prima di essere
il morto di se stesso
continua ad essere
il cadavere di un sogno.
Per te forse saprò,
come, vivendo
ancora si resuscita
tra i morti.
******
MUERTE DE UN SUEÑO
![]() | |
| Umberto Boccioni, Stati d'animo I. Quelli che restano, 1911 |
******
MUERTE DE UN SUEÑO
Nunca se entiende un sueño
más que cuando se quiere a un ser humano
despacio, muy despacio
y sin mucha esperanza.
Por ti he sabido yo cómo era el rostro
Por ti he sabido yo cómo era el rostro
de un sueño: sólo ojos.
La cara de los sueños
mirada pura es, viene derecha,
diciendo: "A ti te escojo, a ti, entre
todas"
como lo dice el rayo o la fortuna.
Un sueño me eligió desde sus ojos,
que me parecerán siempre los tuyos.
Por ti supe también
cómo se peina un sueño.
Con qué cuidado parte sus cabellos
con una raya que recuerda
a la estela que traza sobre el agua
la luna primeriza del estío.
Mi mano, o una sombra de mi mano,
o acaso ni una sombra,
la memoria, tan sólo, de mi mano
jamás acarició una cabellera
tan lenta y tan profunda
como la de ese sueño que me diste.
En el pelo, en el pelo de tu sueño
fueron mis pensamientos enredándose,
entrando poco a poco, y se han perdido
tan voluntariamente en él que nunca
los quiero rescatar: su gloria es ésa.
Que estén allí, que duermas
sobre las despeinadas
memorias que mi alma te ha dejado
entretejidas en su cabellera.
Por ti he cogido a un sueño de las manos.
Por ti mi mano de mortal materia,
ha tocado los dedos,
tan trémulos, tan vagos,
como sombras de chopos en el agua,
con los que un sueño roza al mundo
sin que apenas lo sienta
nadie más que la frente consagrada.
Por ti he cogido un sueño de las manos,
o de las que parecen manos, alas.
Las he tenido entre las mías,
un año y otro año y otro año,
como se tiene las de un ser que va a marcharse,
fingiendo que es para decirle adiós,
pero con tal ternura al etrecharlas,
que renuncia a su fuga i nuestro tacto,
de adiós se nos trasmuta en bienvenida.
Por ti aprendí el lenguaje
tan breve y misterioso de los sueños.
Cabría en el cristal
de una gota de agua.
Está hecho de dos letras cuyos trazos
aluden con su recta y con su curva
a la humana pareja, hombre y mujer.
"Sí", dice, sólo "sí".
Los sueños nunca dicen otra cosa.
Nos dicen "sí" o se callan en la muerte.
Por ti he sabido cómo andan los sueños.
Llevan los pies desnudos
y parecen más altos todavía.
El alma por que cruzan nos queda
como playa que primero holló
Venus al pisar tierra, concediéndole
las indelebles señas de su mito:
las huellas de los dioses no se borran.
Entre el vasto rumor de los tacones,
que surcan las ciudades colosales,
mi oído a veces percibe
un rumor leve como de hoja seca,
o de planta desnuda: es que te acercas,
por las celestes avenidas solas,
es que vienes a mi desde mi sueño.
He sabido por tí de qué color
es la sangre de un sueño. Yo la he visto
cuando un día le abriste tú las venas
escapar dulcemente, sin prisa, como el día
más hermoso de abril, que no quisiera
morirse tan temprano y se desangra,
despacio, triste, recordando
la dicha de su vida:
su aurora, su mañana, sin rescate.
Por ti he asistido, porque lo quisiste,
al morirse de un sueño.
Poco a poco se muere
como agoniza el campo en el regazo
crepuscular, por orden de la altura.
Primero, lo que estaba al ras de la tierra,
la hierba, la primer oscurecida:
luego, en el árbol, las cimeras hojas,
donde la luz, temblando, se resiste,
y al fin el cielo todo, lo supremo.
Los sueños siempre empiezan a morirse
por los pies que no quieren ya llevarlos.
Como el cielo de un sueño está en sus ojos
lo último que se apaga es su mirada.
Y por ti he visto lo que nunca viera:
el cadáver de un sueño.
Lo veo, día a día, al levantarme, aquí, en mi cara.
(Has vuelto tu mirar hacia otro rostro)
Me lo siento en las mano,
enormes fosas lllenas de tu falta.
Está yacente: tumba le es mi pecho.
Me resuena en los pasos
que van, como viviendo, hacia mi muerte.
Ya sé el secreto último:
el cadáver de un sueño es carne viva,
es un hombre de pie, que tuvo come un sueño,
y alguien se lo mató. Que vive finge.
Pero ya, antes de ser su propio muerto,
está siendo el cadáver de un sueño.
Por ti sabré quizá como viviendo,
se resucita aún entre los muertos.
(Pedro Salinas)
Por ti supe también
cómo se peina un sueño.
Con qué cuidado parte sus cabellos
con una raya que recuerda
a la estela que traza sobre el agua
la luna primeriza del estío.
Mi mano, o una sombra de mi mano,
o acaso ni una sombra,
la memoria, tan sólo, de mi mano
jamás acarició una cabellera
tan lenta y tan profunda
como la de ese sueño que me diste.
En el pelo, en el pelo de tu sueño
fueron mis pensamientos enredándose,
entrando poco a poco, y se han perdido
tan voluntariamente en él que nunca
los quiero rescatar: su gloria es ésa.
Que estén allí, que duermas
sobre las despeinadas
memorias que mi alma te ha dejado
entretejidas en su cabellera.
Por ti he cogido a un sueño de las manos.
Por ti mi mano de mortal materia,
ha tocado los dedos,
tan trémulos, tan vagos,
como sombras de chopos en el agua,
con los que un sueño roza al mundo
sin que apenas lo sienta
nadie más que la frente consagrada.
Por ti he cogido un sueño de las manos,
o de las que parecen manos, alas.
Las he tenido entre las mías,
un año y otro año y otro año,
como se tiene las de un ser que va a marcharse,
fingiendo que es para decirle adiós,
pero con tal ternura al etrecharlas,
que renuncia a su fuga i nuestro tacto,
de adiós se nos trasmuta en bienvenida.
Por ti aprendí el lenguaje
tan breve y misterioso de los sueños.
Cabría en el cristal
de una gota de agua.
Está hecho de dos letras cuyos trazos
aluden con su recta y con su curva
a la humana pareja, hombre y mujer.
"Sí", dice, sólo "sí".
Los sueños nunca dicen otra cosa.
Nos dicen "sí" o se callan en la muerte.
Por ti he sabido cómo andan los sueños.
Llevan los pies desnudos
y parecen más altos todavía.
El alma por que cruzan nos queda
como playa que primero holló
Venus al pisar tierra, concediéndole
las indelebles señas de su mito:
las huellas de los dioses no se borran.
Entre el vasto rumor de los tacones,
que surcan las ciudades colosales,
mi oído a veces percibe
un rumor leve como de hoja seca,
o de planta desnuda: es que te acercas,
por las celestes avenidas solas,
es que vienes a mi desde mi sueño.
He sabido por tí de qué color
es la sangre de un sueño. Yo la he visto
cuando un día le abriste tú las venas
escapar dulcemente, sin prisa, como el día
más hermoso de abril, que no quisiera
morirse tan temprano y se desangra,
despacio, triste, recordando
la dicha de su vida:
su aurora, su mañana, sin rescate.
Por ti he asistido, porque lo quisiste,
al morirse de un sueño.
Poco a poco se muere
como agoniza el campo en el regazo
crepuscular, por orden de la altura.
Primero, lo que estaba al ras de la tierra,
la hierba, la primer oscurecida:
luego, en el árbol, las cimeras hojas,
donde la luz, temblando, se resiste,
y al fin el cielo todo, lo supremo.
Los sueños siempre empiezan a morirse
por los pies que no quieren ya llevarlos.
Como el cielo de un sueño está en sus ojos
lo último que se apaga es su mirada.
Y por ti he visto lo que nunca viera:
el cadáver de un sueño.
Lo veo, día a día, al levantarme, aquí, en mi cara.
(Has vuelto tu mirar hacia otro rostro)
Me lo siento en las mano,
enormes fosas lllenas de tu falta.
Está yacente: tumba le es mi pecho.
Me resuena en los pasos
que van, como viviendo, hacia mi muerte.
Ya sé el secreto último:
el cadáver de un sueño es carne viva,
es un hombre de pie, que tuvo come un sueño,
y alguien se lo mató. Que vive finge.
Pero ya, antes de ser su propio muerto,
está siendo el cadáver de un sueño.
Por ti sabré quizá como viviendo,
se resucita aún entre los muertos.
(Pedro Salinas)


Nessun commento:
Posta un commento