domenica 22 marzo 2015

Traduzioni: 'Muerte de un sueño' di Pedro Salinas

Il dialogo con l'Assente, quando diventa vizio e unica forma per dire la vita, è poi il dialogo con l'Assente degli Assenti, per noi, a differenza del poeta spagnolo di cui fu l'ossessione, non più l'amata, ma lui, piuttosto, nella sua sostanza scevra di metafore: il Sogno. Da anni e secoli è scomparso, ghigliottinato dal coatto carpe diem imposto da una società che ci risputa in un altrove senza dimensione, che a noi ce l'ha ucciso sotto gli occhi: il sogno, quello vero, quello nudo, senza metafore e assente senza resurrezione. Quella che qui, infine, getta una luce indietro e illumina la morte. E illumina l'umano.

* Testo preso a casaccio ma con correzioni. Tratto da Largo lamento, opera destinata alla pubblicazione nel 1938, che mai vide la luce se non attraverso la pubblicazione sciolta dei pezzi che lo componevano, ma che ora è stato ricostruito dal lavoro filologico. La traduzione è mia.

MORTE DI UN SOGNO

Mai si comprende un sogno 
più di quando si ama una creatura umana
piano, molto piano
e senza molta speranza.

Per te ho saputo io com'era il volto
di un sogno: solo occhi.  
Il viso dei sogni 
è puro sguardo, avanza dritto,
dice: "Tra tutte te, proprio te scelgo"
come lo dice il raggio o la fortuna.
Un sogno ha scelto me con i suoi occhi
che sempre mi sembreranno i tuoi.    

Per te pure ho saputo
come si pettina un sogno.
Con che cura divide i suoi capelli
con un raggio che ricorda
la scia che sopra l'acqua traccia
la luna  novizia dell'estate.

La mano mia , o un'ombra della mia mano
o forse neppure un'ombra,
la memoria, solo, della mia mano
non ha mai accarezzato una chioma
così lenta e profonda
come quella del sogno mi hai dato. 
Nei capelli, nei capelli del tuo sogno
hanno iniziato ad impigliarsi i miei pensieri
penetrando a poco a poco, in essi
si sono persi con una volontà tale che mai
li vorrò riscattare: questa è la loro gloria. 
Che stiano lì, e tu possa dormire
sulle scapigliate
memorie che ti ha lasciato la mia anima
intrecciate alla sua chioma.    
  
Per te ho preso un sogno dalle mani.
Per te la mia mano di caduca materia
ha toccato le dita,
così tremanti e vacue
come ombre di pioppi sull’acqua
con le quali un sogno sfiora il mondo
senza che altri lo senta
se non appena le fronti consacrate.
Per te ho preso un sogno dalle mani
o da quelle che mani sembrano, ali.
Le ho tenute tra le mie
un anno, un altro anno e un altro ancora
come si tengono quelle di una creatura che se ne andrà via
fingendo che sia per dirle addio
ma con certa tenerezza nella stretta
da farla rinunciare alla sua fuga e il nostro tocco
da addio si trasforma in benvenuto.
Per te ho appreso la lingua
tanto corta e misteriosa dei sogni.
Entrerebbe nel cristallo
di una goccia d’acqua.
È fatta di due lettere i cui tratti
con le sue rette alludono e le curve
alla coppia di umani, uomo e donna.
“Sì”, dice. Solo “sì”.
Mai dicono altro i sogni.
Ci dicono “Si” o nella morte si zittiscono.

Per te ho saputo come camminano i sogni.
Vanno a piedi nudi
e sembrano più alti ancora.
L’anima che attraversano rimane
come una riva che calcò per prima
Venere quando toccò terra, cedendole
i segni indelebili del proprio mito:
le impronte degli dei non si cancellano.
Tra il vasto rumore dei tacchi
che solcano le colossali città
a volte le mie orecchie percepiscono
un lieve rumore come di foglia secca
o di nuda pianta: sei tu che ti avvicini
per i celesti viali solitari,
sei tu che vieni, dal mio sogno, a me.

Ho saputo per te di che colore 
è il sangue di un sogno. Io l’ho visto,
quando tu un giorno gli hai aperto le vene,
scappare dolcemente, senza fretta, come il giorno
più bello d’aprile, che non vorrebbe
morire così presto e si dissangua
piano, triste, ricordando
la gioia della sua vita:
la sua aurora, la mattina, prive di riscatto.

Per te ho assistito, perché lo hai voluto,
alla morte di un sogno.
Muore a poco a poco
come agonizza il campo nel grembo
del crepuscolo, nell'ordine di altezza:
ciò che si trova rasoterra prima,
prima a oscurasi, l’erba.
Poi, nell’albero, le foglie in cima
dove resiste, tremando, la luce
e infine il cielo tutto, sommo.
I sogni iniziano sempre a morire
dai piedi che non vogliono portarli.
Poiché il cielo di un sogno è nei suoi occhi
l’ultima cosa a spegnersi è il suo sguardo.

E per te ho visto ciò che mai avrei visto:
il cadavere di un sogno.
Lo vedo, quando mi alzo, giorno dopo giorno, in faccia a me
(il tuo sguardo hai rivolto a un altro viso)
lo sento nelle mani,
fosse enormi piene della tua assenza.
Giace: tomba è per lei il mio petto.
Risuona per me nei passi,
che vanno, come se vivi fossero, verso la morte mia.
Ormai conosco l’ultimo segreto:
il cadavere di un sogno è carne viva,
un uomo in piedi, che aveva qualcosa come un sogno
e qualcuno glielo uccise. Vivere finge.
Ma, prima di essere il morto di se stesso
continua ad essere il cadavere di un sogno.
Per te forse saprò, come, vivendo
ancora si resuscita tra i morti.


Umberto  Boccioni, Stati d'animo I. Quelli che restano, 1911

******


MUERTE DE UN SUEÑO

Nunca se entiende un sueño
más que cuando se quiere a un ser humano
despacio, muy despacio
y sin mucha esperanza.

Por ti he sabido yo cómo era el rostro
de un sueño: sólo ojos.
La cara de los sueños
mirada pura es, viene derecha,
diciendo: "A ti te escojo, a ti, entre todas"
como lo dice el rayo o la fortuna.
Un sueño me eligió desde sus ojos,
que me parecerán siempre los tuyos. 

Por ti supe también
cómo se peina un sueño.
Con qué cuidado parte sus cabellos
con una raya que recuerda
a la estela que traza sobre el agua
la luna primeriza del estío.
Mi mano, o una sombra de mi mano,
o acaso ni una sombra,
la memoria, tan sólo, de mi mano
jamás acarició una cabellera
tan lenta y tan profunda
como la de ese sueño que me diste.
En el pelo, en el pelo de tu sueño
fueron mis pensamientos enredándose,
entrando poco a poco, y se han perdido
tan voluntariamente en él que nunca
los quiero rescatar: su gloria es ésa.
Que estén allí, que duermas
sobre las despeinadas
memorias que mi alma te ha dejado
entretejidas en su cabellera.

Por ti he cogido a un sueño de las manos.
Por ti mi mano de mortal materia,
ha tocado los dedos,
tan trémulos, tan vagos,
como sombras de chopos en el agua, 
con los que un sueño roza al mundo
sin que apenas lo sienta
nadie más que la frente consagrada.
Por ti he cogido un sueño de las manos,
o de las que parecen manos, alas. 
Las he tenido entre las mías,
un año y otro año y otro año,
como se tiene las de un ser que va a marcharse,
fingiendo que es para decirle adiós,
pero con tal ternura al etrecharlas,
que renuncia a su fuga i nuestro tacto,
de adiós se nos trasmuta en bienvenida. 

Por ti aprendí el lenguaje
tan breve y misterioso de los sueños.

Cabría en el cristal
de una gota de agua.
Está hecho de dos letras cuyos trazos
aluden con su recta y con su curva 
a la humana pareja, hombre y mujer.
"Sí", dice, sólo "sí".
Los sueños nunca dicen otra cosa.
Nos dicen "sí" o se callan en la muerte.

Por ti he sabido cómo andan los sueños.
Llevan los pies desnudos
y parecen más altos todavía.
El alma por que cruzan nos queda
como playa que primero holló
Venus al pisar tierra, concediéndole
las indelebles señas de su mito:
las huellas de los dioses no se borran.
Entre el vasto rumor de los tacones,
que surcan las ciudades colosales,
mi oído a veces percibe
un rumor leve como de hoja seca,
o de planta desnuda: es que te acercas,
por las celestes avenidas solas,
es que vienes a mi desde mi sueño.
He sabido por tí de qué color
es la sangre de un sueño. Yo la he visto
cuando un día le abriste tú las venas 
escapar dulcemente, sin prisa, como el día
más hermoso de abril, que no quisiera
morirse tan temprano y se desangra, 
despacio, triste, recordando
la dicha de su vida:
su aurora, su mañana, sin rescate.

Por ti he asistido, porque lo quisiste,
al morirse de un sueño.
Poco a poco se muere
como agoniza el campo en el regazo
crepuscular, por orden de la altura.
Primero, lo que estaba al ras de la tierra,
la hierba, la primer oscurecida:
luego, en el árbol, las cimeras hojas,
donde la luz, temblando, se resiste,
y al fin el cielo todo, lo supremo.
Los sueños siempre empiezan a morirse
por los pies que no quieren ya llevarlos.

Como el cielo de un sueño está en sus ojos
lo último que se apaga es su mirada.
Y por ti he visto lo que nunca viera:
el cadáver de un sueño.
Lo veo, día a día, al levantarme, aquí, en mi cara.
(Has vuelto tu mirar hacia otro rostro) 
Me lo siento en las mano,
enormes fosas lllenas de tu falta.
Está yacente: tumba le es mi pecho.
Me resuena en los pasos
que van, como viviendo, hacia mi muerte.
Ya sé el secreto último:
el cadáver de un sueño es carne viva,
es un hombre de pie, que tuvo come un sueño,
y alguien se lo mató. Que vive finge.
Pero ya, antes de ser su propio muerto, 
está siendo el cadáver de un sueño.
Por ti sabré quizá como viviendo,
se resucita aún entre los muertos.

(Pedro Salinas)



Umberto Boccioni, Gli stati d'animo. Quelli che restano II. 1912


 



 


Nessun commento:

Posta un commento

Recensioni: La casa del mago di Emanuele Trevi

LA CASA DEL MAGO di Emanuele Trevi ANNO: 2023 EDIZIONE: Ponte alle Grazie   Una recensione ogni quattro anni è una cadenza inaccettabile...