sabato 15 settembre 2012

TRADUZIONI E ERLEBNIS: Via Appia Antica di Julio Cortázar





Via Appia Antica è quasi un’oasi, da dove vedi la città incandescente, come se fosse lontana lontana, ma tu sei lì, invece, ancora in città pur non essendoci. Lo spazio in passi diventa il tempo in turbini e le due categorie ineliminabili si confondono fino a farti perdere. La città è lontana, rosa di un orizzonte inquinato e calante, le pietre su cui posi i tuoi passi sono logorate dal sangue, dalla polvere (sì, anche quella sottile) o da una poesia che non c’è e che vedi solo tu. Basta un poco discreto cantiere à la maniere italienne nel bel mezzo del lunghissimo viale e uno screzio tra un abitante del luogo e due coatti in lancia y con il berretto da basball di traverso e la radio che pompa a cancellare quello straccio di superstite sentimentalismo winkelmanniano che cercava di far capolino tra la diffidenza. Tuttavia, è sufficiente salire su un autobus appiccicaticcio per attraversare uno stargate invisibile da una città per il resto caotica verso il silenzio e la tranquillità dove a malapena senti il ronzio delle mosche (ma anche i passi dei turisti. Oppure vedi le macchine in lontananza. Le case però sembrano disabitate, non si sente né un respiro né un sospiro, sembra che anche gli uccelli abbiano deciso di emigrare per tratti più percorribili, più percorsi ormai). La natura e le rovine e dopo, la sera, puoi pure andarti ad ingozzare a Trastevere, pieno di patetici e stendhaliani moti emotivi senza motivi se non l’immotivata felicità di aver calpestato strade su cui non riesci a capire come cazzo facevano a passare gli antichi romani (non diciamo cazzate: sono tutti antichi romani quelli che c’immaginiamo quando pensiamo a quell’epoca lì, con le toghe e tutto, non importa se venivano da Mediolanum o da Julia Augusta Taurinorum o da Parthenope e Panormus, che bisogna citare per par condicio) coi sandali e le loro eventuali rustiche bighe. Perciò, poco conta se per arrivare lungo il viale hai dovuto soffrire, sbagliarti, chiedere indicazioni a delle vecchie leggermente sudicie che chiacchieravano nel giardino di casa loro, prendere l’autobus nel posto sbagliato dopo averlo aspettato vanamente sotto il sole – in realtà l’ombra, ma in questo modo risulta più patetico – e poi riprenderlo al verso contrario e aspettare di nuovo e demordere, rinunciare rovinosamente mentre le macchine sfrecciano in via appia, quella nuova, e poi rinunciare, decidere che no, avevi vissuto senza la concezione che esistesse una via appia antica fino al giorno prima e vuoi retrocedere a quello stato di ignoranza particolare, e quindi niente, proprio mentre passa il bus che ti porterà in un piccolo angolo di anacronistica serenità, proprio allora.
E quindi, poi, ci arrivi.




*Il testo è tratto da J. Cortázar, Papeles Inesperados, Madrid, Alfaguara, 2009; ma è da poco uscita l'edizione italiana per i tipi dell'Einaudi (a cura di Aurora Bernárdez e Carles Álvarez Garriga, con la traduzione di Jaime Riera Rehren e Prefazione di Antonio Tabucchi). La traduzione che segue è mia (con agradecimiento a mi amigo y mentore Suso Gonzales Soto)



Via Appia Antica

Le amichevoli lucertole della Via Appia che non sfuggono alla mano,
che schivano la carezza solo con delicati movimenti di scacchi,
si arrampicano instancabili sullo specchio del tempo
e sentirò le loro zampe delicate passeggiare per le mie orecchie.

Oh, campo del passato, fragore di tante tombe distrutte
che vorrebbero accendere i propri lumi,
proclamare gli onori e i fasti
che furono Quinto, Marco, Rufo, i tributi,
le battaglie perse e vinte,
lo scheletro che ride dei dadi,
la ricompensa o la vendetta, le navi di grano, le calende, il trionfo
di cortigiane, di reziari e di fave verdi.

Piccolo ventre vegetale, la lucertola corre
sopra la polvere famosa, e la divora
nelle sue forme composte: una mosca,
un frammento di pelle, uno stelo leggero
che appoggia la radice sopra la lingua
inaridita di oratori, di esteti, di vanitosi generali.

(1953)


 ***

Via Appia Antica

Las amostosas lagartijas de la Via Appia Antica que no huyen a la mano,
que sólo evaden la caricia con finos movimientos de ajedrez,
treparán incansables por el espejo del tiempo
y sentiré sus patas delicadas andar por mis oídos.

Oh campo del pasado, fragor de tantas tumbas estropeadas
y que quisieran encender sus lámparas,
proclamar los honores y los fastos
que fueron Quinto, Marco, Rufo, los tributos,
las batallas perdidas y ganadas,
el esqueleto riente de los dados,
la recompensa o la venganza, los navíos del trigo, las calendas, el triunfo
de cortesanas y reciarios y habas verdes.

Pequeño vientre vegetal, la lagartija corre
sobre el polvo famoso, y lo devora
en sus formas compuestas: una mosca,
un fragmento de piel, un tallo leve
que apoya la raíz sobre la lengua
reseca de oradores, de estetas, de vanidosos generales.



(1953)






 

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