Via Appia Antica è quasi un’oasi, da dove vedi la
città incandescente, come se fosse lontana lontana, ma tu sei lì, invece,
ancora in città pur non essendoci. Lo spazio in passi diventa il tempo in
turbini e le due categorie ineliminabili si confondono fino a farti perdere. La
città è lontana, rosa di un orizzonte inquinato e calante, le pietre su cui
posi i tuoi passi sono logorate dal sangue, dalla polvere (sì, anche quella
sottile) o da una poesia che non c’è e che vedi solo tu. Basta un poco discreto
cantiere à la maniere italienne nel
bel mezzo del lunghissimo viale e uno screzio tra un abitante del luogo e due
coatti in lancia y con il berretto da basball di traverso e la radio che pompa
a cancellare quello straccio di superstite sentimentalismo winkelmanniano che
cercava di far capolino tra la diffidenza. Tuttavia, è sufficiente salire su un
autobus appiccicaticcio per attraversare uno stargate invisibile da una città per il resto caotica verso il
silenzio e la tranquillità dove a malapena senti il ronzio delle mosche (ma
anche i passi dei turisti. Oppure vedi le macchine in lontananza. Le case però
sembrano disabitate, non si sente né un respiro né un sospiro, sembra che anche
gli uccelli abbiano deciso di emigrare per tratti più percorribili, più
percorsi ormai). La natura e le rovine e dopo, la sera, puoi pure andarti ad
ingozzare a Trastevere, pieno di patetici e stendhaliani moti emotivi senza
motivi se non l’immotivata felicità di aver calpestato strade su cui non riesci
a capire come cazzo facevano a passare gli antichi romani (non diciamo cazzate:
sono tutti antichi romani quelli che c’immaginiamo quando pensiamo a
quell’epoca lì, con le toghe e tutto, non importa se venivano da Mediolanum o
da Julia Augusta Taurinorum o da Parthenope e Panormus, che bisogna citare per par condicio) coi sandali e le loro
eventuali rustiche bighe. Perciò, poco conta se per arrivare lungo il viale hai
dovuto soffrire, sbagliarti, chiedere indicazioni a delle vecchie leggermente
sudicie che chiacchieravano nel giardino di casa loro, prendere l’autobus nel
posto sbagliato dopo averlo aspettato vanamente sotto il sole – in realtà
l’ombra, ma in questo modo risulta più patetico – e poi riprenderlo al verso
contrario e aspettare di nuovo e demordere, rinunciare rovinosamente mentre le
macchine sfrecciano in via appia, quella nuova, e poi rinunciare, decidere che
no, avevi vissuto senza la concezione che esistesse una via appia antica fino
al giorno prima e vuoi retrocedere a quello stato di ignoranza particolare, e quindi
niente, proprio mentre passa il bus che ti porterà in un piccolo angolo di
anacronistica serenità, proprio allora.
E quindi, poi, ci arrivi.
*Il
testo è tratto da J. Cortázar, Papeles Inesperados, Madrid, Alfaguara,
2009; ma è da poco uscita l'edizione italiana per i tipi dell'Einaudi (a cura
di Aurora Bernárdez e Carles Álvarez Garriga, con la traduzione di Jaime Riera
Rehren e Prefazione di Antonio Tabucchi). La traduzione che segue è mia (con agradecimiento a mi amigo y mentore Suso Gonzales Soto)
Via Appia
Antica
Le amichevoli lucertole della Via Appia che non
sfuggono alla mano,
che schivano la carezza solo con delicati
movimenti di scacchi,
si arrampicano instancabili sullo specchio del
tempo
e sentirò le loro zampe delicate passeggiare per
le mie orecchie.
Oh, campo del passato, fragore di tante tombe
distrutte
che vorrebbero
accendere i propri lumi,
proclamare gli onori e i fasti
che furono Quinto, Marco, Rufo, i tributi,
le battaglie perse e vinte,
lo scheletro che ride dei dadi,
la ricompensa o la vendetta, le navi di grano, le
calende, il trionfo
di cortigiane, di reziari e di fave verdi.
Piccolo ventre vegetale, la lucertola corre
sopra la polvere famosa, e la divora
nelle sue forme composte: una mosca,
un frammento di pelle, uno stelo leggero
che appoggia la radice sopra la lingua
inaridita di oratori, di esteti, di vanitosi
generali.
(1953)
***
Via Appia Antica
Las
amostosas lagartijas de la Via Appia Antica que no huyen a la mano,
que
sólo evaden la caricia con finos movimientos de ajedrez,
treparán
incansables por el espejo del tiempo
y
sentiré sus patas delicadas andar por mis oídos.
Oh
campo del pasado, fragor de tantas tumbas estropeadas
y
que quisieran encender sus lámparas,
proclamar
los honores y los fastos
que
fueron Quinto, Marco, Rufo, los tributos,
las
batallas perdidas y ganadas,
el
esqueleto riente de los dados,
la
recompensa o la venganza, los navíos del trigo, las calendas, el triunfo
de
cortesanas y reciarios y habas verdes.
Pequeño
vientre vegetal, la lagartija corre
sobre
el polvo famoso, y lo devora
en
sus formas compuestas: una mosca,
un
fragmento de piel, un tallo leve
que
apoya la raíz sobre la lengua
reseca
de oradores, de estetas, de vanidosos generales.
(1953)
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