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| J. de Ribera, La mujer barbuda, 1631 |
Si sente dire, a volte e indifferentemente presso indottrinati di altre dottrine, poiché il non dottrinato beatamente ignora la faccenda (e sarebbe un paraculismo anacronistico dire che con questa affermazione si fa razzismo sociale), si sente dire insomma che la poesia è gioco formale, rarefatta e lontana, esercizio fine a se stesso atto a solleticare solo gli spiriti narcisistici dei pochi che credono di amare questa forma d'arte o che fingono così. La maggior parte dei viventi, inevitabilmente, non si pone il problema, considerando che l'esponenziale crescita del numero delle questioni possibili, esistenziali o meno, va di pari passo con la mirabolante espansione quasi neutrinica della roba che ci circonda, che in altri tempi sarebbe stata causa di cogitazioni e ora diventa solo rapido accantonamento. Tutto questo per dire che sì, hanno ragione loro anche se non sanno perché, la poesia è forma, la poesia è arte e la poesia non serve a niente. Nessuno si sognerebbe di dire il contrario. Tuttavia, la lettura ci offre dei privilegi, che scavalcano il primo e lampante momento del godimento estetico (per chi ce l'ha; e oggi la qualità della poesia circolante lascia intuire un sensibile calo di tale kantiana estasi) per sfociare ed arrendersi nella vibrazione accordante o discordante dell'inevitabile fondo umano, che dietro l'arte sempre cela il suo quid ultimo. C'è chi vede, in questa prova del petrarchismo spagnolo già baroccheggiante, l'esercizio, l'emulatio, il gioco di antitesi (di luci no, aspettiamo Góngora). C'è chi vi scorge, magari in una distorta attualizzazione interpretante, il
lancinante sospetto che quel protagonista è ormai assente dalla vita
post-post-moderna del gattonare sospesi a una trave. Il grande desaparecido di oggi è lui, il Sogno, der Traum, il fratello della Speranza. Chi dorme non piglia pesci, forse, e la vida, non è più, come per il Sigismondo di Calderón, sueño, ma solo la mentira che resta.
Il testo in spagnolo è tratto da Poesía
de la edad de oro. I Renacimiento,
edición de J. M. Blecua, Madrid, Castalia. La traduzione è mia.
Dulce
soñar y dulce congojarme,
cuando
estaba soñando que soñaba;
dulce
gozar con lo que me engañaba,
si
un poco más durara el engañarme.
Dulce
no estar en mí que figurarme
podía
cuanto bien yo deseaba;
dulce
placer, aunque me importunaba,
que
alguna vez llegaba a despertarme
¡Oh
sueño, cuánto más leve y sabroso
me
fueras si vinieras tan pesado,
que
asentaras en mí con más reposo.
Durmiendo
en fin, fui bienaventurado;
y
es justo en la mentira ser dichoso
quien
siempre en la verdad fue desdichado.
****
Dolce sognare e dolce l’angosciarmi,
mentre stavo sognando che sognavo;
dolce gioir di ciò che m’ingannava,
se più fosse durato l’ingannarmi.
Dolce non star in me, che immaginarmi
potevo quanto ben desiderava;
dolce piacer, anche se mi turbava,
se veniva, alle volte, a risvegliarmi.
Oh, sogno! a me tanto più lieve e grato,
se più pesante mi venissi a lato,
ché poseresti in me con più riposo.
Dormendo, fui alla fine fortunato;
è qui nella menzogna che è gioioso
chi sempre fu nel vero travagliato.
Juan Boscán

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