
TITOLO
ORIGINALE: Knhia smíchu a zapomnění
ANNO: 1978
EDIZIONE: Adelphi,
traduzione di Alessandro Mura.
È la prova generale prima del capolavoro, questo
prezioso libro, che enuclea già i temi ossessivamente kunderiani della memoria,
dell’oblio, della pesantezza e della leggerezza della vita materiale, della
storia recente e cogente e dell’uomo in essa calato e lo fa attraverso piccoli racconti
indipendenti dove tutte queste tematiche si mescolano e confondono, incanalate
in differenti intrecci narrativi. Sia dal punto di vista contenutistico che dal
punto di vista della struttura del libro i legami con L’insostenibile leggerezza dell’essere sono tangibili: anche lì i
temi dominanti saranno quelli della memoria e dell’oblio, nello sfondo non
secondario di una Storia inclemente, ed anche lì la narrazione procederà per quadri
staccati, benché le singole o doppie vicende s’incastrino stavolta le une con
le altre.
Da un lato, il potere e la storia dell’individuo
nella collettività e della sua memoria collettivamente determinata oltre che
dalle relazioni con gli altri, soprattutto dal potere, che modifica gli eventi
manipolando all’origine le testimonianze della Storia in una dialettica che
confonde il singolo – la cui memoria è atavicamente labile – impegnato nella
(pericolosa e diafana) ri-costruzione del proprio vissuto: l’episodio iniziale
della fotografia di Gottwald e Clementis nel momento in cui comincia la
storia della Cecoslovacchia comunista funge da perfetto paradigma per l’intero
libro. Dall’altro, la Storia e il potere politico entrano pesantemente nel vissuto
individuale, costringendo all’esilio, alla prigione, all’ambiguità e alla
sofferenza dei personaggi per cui la distanza geografica dalla propria terra
diventa ragione principale per un’ulteriore perdita di memoria e quindi di se
stessi. Il dramma del ricordo è intimo, ontologico, perché risponde al bisogno
di relazionarsi al proprio io, ma il ricordo è per sua natura inaffidabile, soprattutto
quando la sua realtà viene strumentalizzata dalla propaganda di partito (come
accade nella variazione Gli angeli,
in cui predomina l’autobiografia) oppure
dagli altri, che ricostruiscono gli assenti (il ricordo, cioè, di qualcosa che
non è più ma continua ad essere) secondo i propri desideri (come nell’episodio della morte di
Franz ne L’insostenibile leggerezza dell’essere). Infine, è la nostra
coscienza (in cui si introiettano e rifrangono gli altri due fattori) la
principale fautrice di quest’invenzione del ricordo, tanto più acerba quanto
maggiore è il coinvolgimento emotivo:
Ma era veramente possibile che fosse
successo? Non era per caso il suo odio di oggi a inventarsi quelle lacrime per
Masturbov? No, era successo sicuramente. È vero, però, che le circostanze
immediate, che avevano reso quel pianto credibile e reale, oggi gli sfuggivano
e il ricordo era diventato inverosimile come una caricatura.
Struttura narrativa
Anche dal punto di vista della struttura narrativa
si anticipa quello che poi sarà il felice risultato de L’insostenibile leggerezza dell’essere, a cui, in qualche modo – ma
con dei limiti intrinseci al numero più esiguo di personaggi protagonisti, le
cui vite s’intersecano in differenti maniere – può attribuirsi la celeberrima
definizione de Il libro del riso e dell’oblio
che – non a caso – l’editore appone in quarta di copertina:
un “romanzo in forma di variazioni”
calamitato da un tema: “la lotta dell’uomo contro il potere e la lotta della
memoria contro l’oblio”.
Per quanto non si voglia scadere nel già detto,
eludere l’esattezza di quest’osservazione sarebbe presuntuoso. In effetti, il
romanzo è diviso in sette parti – accomunate da una perfetta continuità tematica
all’interno e dalla circolarità dei titoli all’esterno (Le lettere perdute; La mamma;
Gli angeli; Le lettere perdute; Lítost;
Gli angeli; Il confine) – tessute da piccoli paragrafetti che si lasciano
leggere con scioltezza; i protagonisti delle microstorie, pur essendo accomunati
da problematiche simili e dalle stesse ossessioni, cambiano in ognuna delle
sette parti, con due eccezioni: la prima, evidente, che riguarda la storia di
Tamina, al centro della quarta e della sesta parte; la seconda, più insinuata e
tuttavia capillare, che riguarda l’autore: questo è presente come personaggio
altro tra i personaggi, come l’ennesima individualità (autobiografica) che
condivide il medesimo disagio degli altri protagonistii (in particolare nella
terza parte) e come continua voce che glossa, commenta e s’inserisce nella
narrazione, aprendo parentesi che vanno dalla precisazione storica, alle
speculazioni filosofiche (mai elucubrazioni, però), passando per la confidenziale
confessione di qualche evento della propria vita e per delle riflessioni metaletterarie
che oggi – ad onta del più di mezzo secolo trascorso – sono ancora validissime.
I racconti, quindi, sono per lo più in terza persona, ma nei protagonisti delle
diverse variazioni si proietta la
vicenda esistenziale dello scrittore che indulge, di quando in quando, alla
prima persona, protagonista indiscussa della parte terza (Gli angeli). La separazione, il varco del confine, è quello di
Kundera ormai in terra francese, è fisico, psicologico ed esistenziale allo
stesso tempo:
Perché Jan sta per partire. Fra qualche mese
partirà per l’America; passerà il confine. E non appena ci pensa la parola confine, usata nel senso geografico corrente, gli
ricorda un altro confine immateriale e intangibile, al quale da un po’ di tempo
pensa spesso.
Quale confine?
La donna che ha amato di più al mondo
(allora aveva trent’anni) gli diceva (era quasi disperato quando glielo sentiva
dire) che era legata alla vita solo da un filo sottile. Sì, lei voleva vivere,
la vita le procurava una gioia immensa, ma al tempo stesso sapeva che questo voglio
vivere era tessuto con i fili di una
ragnatela. Bastava così poco, così infinitamente poco per trovarsi al di là del
confine oltre il quale nulla aveva più senso: l’amore, le convinzioni, la fede,
la storia. Tutto il mistero della vita umana è nel fatto che essa si svolge in
prossimità immediate, persino a contatto diretto con questo confine, che ne è
separata non da chilometri, ma da un millimetro appena.
Il titolo
Appare chiaro, da quello che s’è detto sopra,
perché l’opera si chiami il Libro dell’oblio
essendo, quello del recupero della memoria, ossessione costante dello scrittore Milan Kundera.
Ma perché Libro del riso? Non è che
lo
scrittore ceco fosse un appassionato di risotti, di molti dei quali non
voleva dimenticare il metodo di cottura. Il riso è liberazione, è satira, è mezzo attraverso il quale recuperare la
memoria lacerata e ‘corretta’ dai mascheramenti del tempo e delle situazioni.
Non a caso esso è al centro della terza parte, infittita da richiami all’esperienza
dell’autore nei primi tempi del comunismo in Cecoslovacchia, cui si alternano
pagine di vera e propria critica letteraria e il racconto, quasi boccaccesco,
di una beffa. Il riso – sul cui valore di gotica sfumatura l’autore spende più di
qualche parola – somiglia alle beffe del Decameron,
ce le ricorda e ce le ripropone nell’ammirevole discussione del cenacolo dei
letterati del capitolo intitolato Lítost, ovvero
scrittore ceco fosse un appassionato di risotti, di molti dei quali non
voleva dimenticare il metodo di cottura. Il riso è liberazione, è satira, è mezzo attraverso il quale recuperare la
memoria lacerata e ‘corretta’ dai mascheramenti del tempo e delle situazioni.
Non a caso esso è al centro della terza parte, infittita da richiami all’esperienza
dell’autore nei primi tempi del comunismo in Cecoslovacchia, cui si alternano
pagine di vera e propria critica letteraria e il racconto, quasi boccaccesco,
di una beffa. Il riso – sul cui valore di gotica sfumatura l’autore spende più di
qualche parola – somiglia alle beffe del Decameron,
ce le ricorda e ce le ripropone nell’ammirevole discussione del cenacolo dei
letterati del capitolo intitolato Lítost, ovvero
una parola intraducibile in altre
lingue. […]. La lítost
[per cui l’autore, poco prima, s’è lamentato di non trovare un equivalente in
altre lingue, facilitando in questo modo il compito all’eventuale traduttore,
n. d. R.] è uno stato tormentoso
suscitato dallo spettacolo della nostra miseria improvvisamente scoperta.
Che, a onta della specificità linguistica, è un sentimento universale.
Consigli
La semplicità della scrittura, che affronta
questioni capitali ed ontologiche per l’uomo con un linguaggio che è quasi familiare, l'autosufficienza narrativa delle singole parti, che tuttavia
spingono il lettore curioso di vedere in cos’altro s’esternerà la quête incessante di un pezzo di vita – o
di sensazione – perduta verso un'incalzante fruizione, il legame inscindibile con la Storia: queste sono le
caratteristiche di un libro che, pertanto, si può leggere con tranquillità (non
pretende una guida alla lettura o un vocabolario/enciclopedia a portata di
mano), nonostante tenda a stuzzicare e coinvolgere chi lo legga.
Particolarmente indicato per chi ha amato L’insostenibile
leggerezza, per chi creda (come me) che è impossibile narrare senza
considerare la relazione intima ed inestricabile tra personaggio e Storia (non
facendo romanzo storico, ma facendo confluire la Storia nel personaggio e nella
sua vita), per chi non si lascia impressionare dal valore conoscitivo della
componente sessuale, che per l’autore è quasi ossessiva. Per questi, va bene la lettura. Kundera è uno di quegli autori che o si odiano o si amano.
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