venerdì 24 agosto 2012

Recensioni: IL LIBRO DEL RISO E DELL’OBLIO di Milan Kundera



TITOLO ORIGINALE: Knhia smíchu a zapomnění
ANNO: 1978
EDIZIONE: Adelphi, traduzione di Alessandro Mura.


È la prova generale prima del capolavoro, questo prezioso libro, che enuclea già i temi ossessivamente kunderiani della memoria, dell’oblio, della pesantezza e della leggerezza della vita materiale, della storia recente e cogente e dell’uomo in essa calato e lo fa attraverso piccoli racconti indipendenti dove tutte queste tematiche si mescolano e confondono, incanalate in differenti intrecci narrativi. Sia dal punto di vista contenutistico che dal punto di vista della struttura del libro i legami con L’insostenibile leggerezza dell’essere sono tangibili: anche lì i temi dominanti saranno quelli della memoria e dell’oblio, nello sfondo non secondario di una Storia inclemente, ed anche lì la narrazione procederà per quadri staccati, benché le singole o doppie vicende s’incastrino stavolta le une con le altre.
Da un lato, il potere e la storia dell’individuo nella collettività e della sua memoria collettivamente determinata oltre che dalle relazioni con gli altri, soprattutto dal potere, che modifica gli eventi manipolando all’origine le testimonianze della Storia in una dialettica che confonde il singolo – la cui memoria è atavicamente labile – impegnato nella (pericolosa e diafana) ri-costruzione del proprio vissuto: l’episodio iniziale della fotografia di Gottwald e Clementis nel momento in cui comincia la storia della Cecoslovacchia comunista funge da perfetto paradigma per l’intero libro. Dall’altro, la Storia e il potere politico entrano pesantemente nel vissuto individuale, costringendo all’esilio, alla prigione, all’ambiguità e alla sofferenza dei personaggi per cui la distanza geografica dalla propria terra diventa ragione principale per un’ulteriore perdita di memoria e quindi di se stessi. Il dramma del ricordo è intimo, ontologico, perché risponde al bisogno di relazionarsi al proprio io, ma il ricordo è per sua natura inaffidabile, soprattutto quando la sua realtà viene strumentalizzata dalla propaganda di partito (come accade nella variazione Gli angeli, in cui predomina l’autobiografia) oppure dagli altri, che ricostruiscono gli assenti (il ricordo, cioè, di qualcosa che non è più ma continua ad essere) secondo i propri desideri (come nell’episodio della morte di Franz ne L’insostenibile leggerezza dell’essere). Infine, è la nostra coscienza (in cui si introiettano e rifrangono gli altri due fattori) la principale fautrice di quest’invenzione del ricordo, tanto più acerba quanto maggiore è il coinvolgimento emotivo:

Ma era veramente possibile che fosse successo? Non era per caso il suo odio di oggi a inventarsi quelle lacrime per Masturbov? No, era successo sicuramente. È vero, però, che le circostanze immediate, che avevano reso quel pianto credibile e reale, oggi gli sfuggivano e il ricordo era diventato inverosimile come una caricatura.


Struttura narrativa

Anche dal punto di vista della struttura narrativa si anticipa quello che poi sarà il felice risultato de L’insostenibile leggerezza dell’essere, a cui, in qualche modo – ma con dei limiti intrinseci al numero più esiguo di personaggi protagonisti, le cui vite s’intersecano in differenti maniere – può attribuirsi la celeberrima definizione de Il libro del riso e dell’oblio che – non a caso – l’editore appone in quarta di copertina: 

un “romanzo in forma di variazioni” calamitato da un tema: “la lotta dell’uomo contro il potere e la lotta della memoria contro l’oblio”.

Per quanto non si voglia scadere nel già detto, eludere l’esattezza di quest’osservazione sarebbe presuntuoso. In effetti, il romanzo è diviso in sette parti – accomunate da una perfetta continuità tematica all’interno e dalla circolarità dei titoli all’esterno (Le lettere perdute; La mamma; Gli angeli; Le lettere perdute; Lítost; Gli angeli; Il confine) – tessute da piccoli paragrafetti che si lasciano leggere con scioltezza; i protagonisti delle microstorie, pur essendo accomunati da problematiche simili e dalle stesse ossessioni, cambiano in ognuna delle sette parti, con due eccezioni: la prima, evidente, che riguarda la storia di Tamina, al centro della quarta e della sesta parte; la seconda, più insinuata e tuttavia capillare, che riguarda l’autore: questo è presente come personaggio altro tra i personaggi, come l’ennesima individualità (autobiografica) che condivide il medesimo disagio degli altri protagonistii (in particolare nella terza parte) e come continua voce che glossa, commenta e s’inserisce nella narrazione, aprendo parentesi che vanno dalla precisazione storica, alle speculazioni filosofiche (mai elucubrazioni, però), passando per la confidenziale confessione di qualche evento della propria vita e per delle riflessioni metaletterarie che oggi – ad onta del più di mezzo secolo trascorso – sono ancora validissime. I racconti, quindi, sono per lo più in terza persona, ma nei protagonisti delle diverse variazioni si proietta la vicenda esistenziale dello scrittore che indulge, di quando in quando, alla prima persona, protagonista indiscussa della parte terza (Gli angeli). La separazione, il varco del confine, è quello di Kundera ormai in terra francese, è fisico, psicologico ed esistenziale allo stesso tempo:

Perché Jan sta per partire. Fra qualche mese partirà per l’America; passerà il confine. E non appena ci pensa la parola confine, usata nel senso geografico corrente, gli ricorda un altro confine immateriale e intangibile, al quale da un po’ di tempo pensa spesso.
Quale confine?
La donna che ha amato di più al mondo (allora aveva trent’anni) gli diceva (era quasi disperato quando glielo sentiva dire) che era legata alla vita solo da un filo sottile. Sì, lei voleva vivere, la vita le procurava una gioia immensa, ma al tempo stesso sapeva che questo voglio vivere era tessuto con i fili di una ragnatela. Bastava così poco, così infinitamente poco per trovarsi al di là del confine oltre il quale nulla aveva più senso: l’amore, le convinzioni, la fede, la storia. Tutto il mistero della vita umana è nel fatto che essa si svolge in prossimità immediate, persino a contatto diretto con questo confine, che ne è separata non da chilometri, ma da un millimetro appena.


Il titolo
Appare chiaro, da quello che s’è detto sopra, perché l’opera si chiami il Libro dell’oblio essendo, quello del recupero della memoria, ossessione costante dello scrittore Milan Kundera. Ma perché Libro del riso? Non è che lo scrittore ceco fosse un appassionato di risotti, di molti dei quali non voleva dimenticare il metodo di cottura. Il riso è liberazione, è satira, è mezzo attraverso il quale recuperare la memoria lacerata e ‘corretta’ dai mascheramenti del tempo e delle situazioni. Non a caso esso è al centro della terza parte, infittita da richiami all’esperienza dell’autore nei primi tempi del comunismo in Cecoslovacchia, cui si alternano pagine di vera e propria critica letteraria e il racconto, quasi boccaccesco, di una beffa. Il riso – sul cui valore di gotica sfumatura l’autore spende più di qualche parola – somiglia alle beffe del Decameron, ce le ricorda e ce le ripropone nell’ammirevole discussione del cenacolo dei letterati del capitolo intitolato Lítost, ovvero

una parola intraducibile in altre lingue. […]. La lítost [per cui l’autore, poco prima, s’è lamentato di non trovare un equivalente in altre lingue, facilitando in questo modo il compito all’eventuale traduttore, n. d. R.] è uno stato tormentoso suscitato dallo spettacolo della nostra miseria improvvisamente scoperta.
Che, a onta della specificità linguistica, è un sentimento universale.

Consigli

La semplicità della scrittura, che affronta questioni capitali ed ontologiche per l’uomo con un linguaggio che è quasi familiare, l'autosufficienza narrativa delle singole parti, che tuttavia spingono il lettore curioso di vedere in cos’altro s’esternerà la quête incessante di un pezzo di vita – o di sensazione – perduta verso un'incalzante fruizione, il legame inscindibile con la Storia: queste sono le caratteristiche di un libro che, pertanto, si può leggere con tranquillità (non pretende una guida alla lettura o un vocabolario/enciclopedia a portata di mano), nonostante tenda a stuzzicare e coinvolgere chi lo legga. Particolarmente indicato per chi ha amato L’insostenibile leggerezza, per chi creda (come me) che è impossibile narrare senza considerare la relazione intima ed inestricabile tra personaggio e Storia (non facendo romanzo storico, ma facendo confluire la Storia nel personaggio e nella sua vita), per chi non si lascia impressionare dal valore conoscitivo della componente sessuale, che per l’autore è quasi ossessiva. Per questi, va bene la lettura. Kundera è uno di quegli autori che o si odiano o si amano.

Nessun commento:

Posta un commento

Recensioni: La casa del mago di Emanuele Trevi

LA CASA DEL MAGO di Emanuele Trevi ANNO: 2023 EDIZIONE: Ponte alle Grazie   Una recensione ogni quattro anni è una cadenza inaccettabile...